Ecologicamente

Ambientalisti inutili a chi?

Rifiuti raccolti durante una delle tante giornate di pulizia

L’attività profusa dall’associazione Green R-Evolution Palmi nell’arco di ormai oltre un anno è stata pochi giorni fa tacciata di inutilità ed immobilismo civico in un breve articolo apparso sul sito del circolo “Antonio Armino” di Palmi. Ne consegue che con tale scritto, in quanto co-fondatore dell’associazione, intendo dare la nostra risposta, risposta dalla quale scaturisce anche una proposta. Anzitutto, alla luce degli ultimi sviluppi della vicenda inerente la sciagurata discarica in località “La Zingara” di Melicuccà, non posso non dire – con la massima sincerità – “tanto di cappello” all’ing. Armino ed a tutto il circolo da lui presieduto per l’alacre azione di contrasto all’entrata in funzione della discarica portata avanti negli ultimi mesi. Va riconosciuto loro il grande merito di avere acceso i riflettori sulla questione, di avere alimentato e tenuto vivo il pubblico dibattito, di avere intrapreso iniziative volte a dimostrare con criteri scientifici la minaccia per la sorgente del nostro acquedotto. Questo smuovere le acque ha ora portato le onde ad arrivare lontano, ad infrangersi dove necessario, e quantunque la guerra non sia ancora vinta, ad oggi, è tutt’altro che persa. L’assessore De Caprio ha tutta la nostra stima per il suo intento di coinvolgere il CNR, cosicché sia un ente sovraregionale a decretare – speriamo presto! – un verdetto inattaccabile e definitivo. Onore all’ing. Armino ed ai suoi collaboratori dunque, per quest’opera autenticamente ambientalista – nel senso proprio e buono della parola – nella quale si sono spesi e che sta dando i suoi frutti.

Non accettiamo però l’etichetta attribuita al nostro volontariato spontaneo, da una parte perché rivendichiamo di essere stati i primi a chinarci sul territorio con le modalità che tutti sanno, dall’altra perché, nella realtà dei fatti, fin qui non siamo andati e non abbiamo potuto andare oltre lo stadio di gruppo di amici e amiche che organizza – quando può – delle azioni di pulizia, con o senza il coinvolgimento della cittadinanza. Non siamo in tanti, non pochi fra noi attualmente lavorano fuori dai confini regionali, quelli che tra noi vivono a Palmi hanno i loro impegni lavorativi e familiari. Non abbiamo un sito internet, non abbiamo raggiunto il livello di associazione strutturata e “matura” attribuibile a voi. Nei giorni prima che fosse pubblicato l’articolo di cui sopra, sulla nostra chat whatsapp discutevamo animatamente e con preoccupazione della vicenda della discarica; il fatto che non fosse apparso nessun nostro post al riguardo sui social non implica automaticamente il fatto che non siamo “sfiorati minimamente” dalle problematiche della discarica o della depurazione insufficiente. È comunque comprensibile e sensato che da parte nostra ci si potesse aspettare un pronunciamento, un articolo sul web, un post, quantunque la cittadinanza avesse ormai sufficiente contezza dei fatti, così da non aver certo bisogno di altre voci per valutare da sé la vicenda, come anche l’operato dell’amministrazione comunale. Come già detto, però, non godiamo dello status di persone quel tanto in avanti negli anni da essere più o meno largamente affrancate da lavoro e professione, e quindi con a disposizione assai più tempo da spendere appieno per un’associazione articolata e dunque per la collettività ed il territorio. In definitiva, abbiamo lasciato che il circolo Armino fosse l’unico intestatario di questa meritevole battaglia, non perché non interessati ma perché dalle ordinarie circostanze del vivere non agevolati.                                       

Entriamo però ora nel merito di alcune affermazioni fatte nell’articolo, a cominciare da quella secondo cui i disastri dell’ambiente e del territorio sono da attribuirsi “alle logiche e ai meccanismi strutturali del sistema economico capitalistico, che creando nuovi bisogni nel consumatore genera il problema del loro impatto ambientale” piuttosto che “all’avidità, irresponsabilità e inciviltà degli uomini e delle donne”. Calata nel contesto locale l’affermazione è sbagliata, mentre se si considera il contesto nazionale e mondiale l’aspetto macroeconomico è una parte del problema ambientale, senza che l’altro aspetto, sul quale effettivamente ci focalizziamo noi, perda di importanza.  É fuor di dubbio che l’umanità deve necessariamente ridurre il consumo delle risorse del pianeta: protezione strenua delle foreste, riforestazione, riduzione di produzione e consumo di carne, meno monoculture e più spazio ai piccoli coltivatori, riduzione dello sfruttamento di materie prime del sottosuolo ed al contempo economia circolare, cioè implementazione di variegati modelli virtuosi, nell’industria, nei servizi e nel commercio, che azzerino gli sprechi, eliminino le fonti di inquinamento e portino al massimo grado il riciclo dei materiali. Sì, ci vuole un’economia reale che sia verde, dove tutto si trasforma senza perdere nulla, come in natura, umanistica e rispettosa dell’ambiente al tempo stesso, digitalizzata sì ma quanto basta, senza disumanizzazione. No, non siamo parte di un ambientalismo che non cambia il mondo! Lo capiamo tanto quanto voi che l’inseguimento della crescita rende i popoli sempre più simili agli antichi abitanti dell’isola di Pasqua, e che dunque l’attuale modello economico va rivisto e reso più umano anzitutto, e più verde di conseguenza, un’economia reale dove anche e soprattutto i piccoli produttori hanno il loro posto, prima che le multinazionali e i potentati finanziari desertifichino tutto.

E anche per quello che abbiamo fatto finora, così come lo abbiamo fatto, rispondiamo ancora no! Non siamo parte di un ambientalismo che non cambia il mondo! Perché se è vero che continuando al ritmo degli ultimi anni nel 2040 nei mari e negli oceani ci sarà più plastica che pesce, ebbene noi ci siamo resi parte attiva di quel fermento di volontariato plastic-free che negli ultimi due anni ha rimosso dalle spiagge e dal mare italiano migliaia di tonnellate di plastica, ci siamo resi parte attiva di quella reazione che un po’ in tutto il mondo è segno che aumenta la presa di coscienza che inizia ad invertire la rotta!

Tornando a quell’assunto del modello economico come vero problema, l’affermazione risulta sbagliata non solo se calata nel nostro contesto locale bensì in buona misura lo é anche quando viene declinata a livello globale: immaginiamo che ogni consumatore nel globo avesse correttamente e responsabilmente conferito ad un riciclo che fosse stato da subito pienamente operativo ogni prodotto di plastica dal 1960 ad oggi … Vivremmo in un mondo molto più pulito e negli oceani non esisterebbero isole galleggianti di plastica. Il problema non è la plastica, né tantomeno la produzione in sé entro i limiti di cui sopra, siamo noi, seppur non tutti, sono la sciattezza e l’inciviltà diffuse dappertutto. Dappertutto ma con grandi variazioni tra nazioni e regioni. Se in India ed in Indonesia negli anni passati si è assistito al triste spettacolo di spiagge letteralmente sepolte sotto cumuli di plastica ed in Giappone non vi è traccia di siffatti fenomeni, un motivo ci sarà. Se in Svizzera per ogni circondario di due-tre paesi c’è un depuratore di dimensioni medio-piccole ed il pet, la carta ed il vetro si differenziano da 30 e passa anni ed in Calabria no, un motivo ci sarà.

E la discarica che minaccia l’acqua che beviamo nella nostra Palmi è anzitutto e sopratutto il risultato dell’inciviltà abbastanza diffusa tra la nostra gente, dalla quale non è esente la classe politica largamente incapace degli ultimi decenni. I cumuli di spazzatura che ciclicamente vediamo da anni qua e là in Calabria, cosa sono se non materiali che si potevano differenziare in grandissima parte? O che magari erano stati differenziati vanificando l’impegno messoci dai singoli cittadini?

É un concetto applicabile dovunque, ma rimaniamo entro i confini regionali: se tutti i calabresi sapessero e potessero differenziare come è possibile differenziare, cioè in modo preciso e sistematico, si potrebbe totalizzare il 95% di differenziata. Di cosa sarebbe costituito il 5% rimanente? Pannolini, assorbenti, altri articoli monouso per l’igiene, parti di confezioni o imballaggi, oggetti in tessuto, rifiuti ospedalieri e poco altro, ovvero lo strettamente non differenziabile. Un esempio di cosa significa differenziare in modo preciso e sistematico? Tutti gli imballaggi per alimenti, il cosiddetto packaging, sono differenziabili: i resti di cibo basta sciacquarli via sotto il lavandino, si raccoglie con qualche accorgimento che permetta l’asciugatura e tutta quanta la plastica è raccolta, pulita ed innocua, al punto che tenerne se necessario qualche sacco in più nel balcone fuori o in cantina è solo una questione di spazio, non di altro. Basterebbe che tutti dedicassero 5 minuti in più al giorno a differenziare tutto ma proprio tutto in maniera sistematica, a casa come a scuola, nei bar, ristoranti, pizzerie, negozi, uffici, aziende, dappertutto insomma, e avremmo davvero solo un 5% circa di indifferenziata rimanente. Basterebbe il termovalorizzatore di Gioia Tauro rimesso a funzionare come si deve per tutta la Calabria! E le discariche non avrebbero più ragion d’essere! Come raggiungere l’obbiettivo? Una massiccia campagna di educazione della popolazione alla differenziazione sistematica e totale, realizzata da comuni, province e regione, tramite whatsapp, manifesti, pubblicità ed ogni altro mezzo lecito per veicolare questa istruzione. Ci vorrebbero inoltre sacchi ufficiali comunali codificati per la tracciabilità, com’era già anni addietro, di modo che sia permesso conferire esclusivamente in tali sacchi e sacchetti ufficiali, e per l’indifferenziata andrebbero distribuiti sacchi di vario taglio, con volume assegnato in base a numero di persone residenti o a dimensione dell’attività e per unità di tempo, cosicché, dal momento che il conferimento avviene solo tramite i sacchi ufficiali in maniera cadenzata e quelli dell’indifferenziata sono i più piccoli, si spinga perciò stesso alla differenziazione massima.

Perché non è possibile che in provincia vi siano comuni che la differenziata praticamente non la fanno, e che per la pigrizia di non pochi conterranei e l’inettitudine di amministratori metropolitani e regionali venga messa a repentaglio l’acqua di noi palmesi. A Palmi pare che la differenziata sia al 60% circa … E se provassimo ad iniziare proprio a Palmi la differenziata ottimizzata e massimizzata al 95%, facendo da apripista per tutti gli altri? Spero che a palazzo San Nicola qualcuno legga queste righe. Cari componenti del circolo Armino, voi l’avevate mai formulata una proposta così?  Come vedete, anche degli ambientalisti inutili come noi propongono e fanno cose che possono cambiare il nostro pezzetto di mondo e oltre.

 

Antonino Brando e i ragazze/i del gruppo Green R-Evolution Palmi

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