“Il paese e l’ombra” di Vito Teti – Riflessioni sull’emigrazione

Foto di Vito Teti, Santuario “S.Maria della Stella” (Reggio Calabria) ,1986, Francesco Bellissimo e famiglia in uno dei suoi ritorni in paese in Calabria.
Riprese dal suo libro “Il paese e l’ombra”

“Vi sono più enigmi nell’ombra di un uomo  che cammina al sole che in tutte le religioni del passato, del presente e del futuro.”

Giorgio de chirico

Ho letto con molto piacere e immedesimazione questo testo che, anche se ha preso vita ben 32 anni fa, nel 1989, è tutt’ora attuale viste le dolorose tematiche sulla Calabria che affronta.

Tra i temi principali trattati dal professor Vito Teti, troviamo  quello dell’emigrazione dei calabresi in terre lontane come quelle americane. In questo mondo, tanto distante  dalla loro Calabria nasce Il Paese due, che è il riflesso del paese d’origine Il Paese uno, ecco che si presenta a noi un altro argomento importante, lo sdoppiamento,  un doppio che vuole ricreare storie, abitudini, folklore e tradizioni che l’emigrato ha abbandonato nel suo luogo  d’origine. Tutto ciò causa negli individui un senso di smarrimento, anche nelle famiglie e in tutti coloro che restano “al paese” e vengono sopraffatti dal senso di abbandono.  

L’emigrato viene perseguitato dalla paura come se fosse la sua ombra; paura di non rientrare più nella sua casa, tra i suoi compaesani, paura di perdersi fuori da sé e soprattutto paura di morire lontano dalla sua patria e non sapere dove essere seppellito.  Paura che i suoi cari rimasti al paese muoiano senza che lui lo sappia. Una convivenza in una situazione di lutto continuo.

L’emigrato non riesce a staccarsi dal paese che diventa la sua ombra smarrita. Una sorta di ombra cade anche sui paesi calabresi che d’improvviso si ritrovano svuotati dalla gente che è la loro linfa vitale.

Fotografie di Vito Teti, Toronto-Canada ottobre – novembre 1982.
Riprese dal suo libro “Il paese e l’ombra”
Foto di Vito Teti, San Nicola da Crissa, Carnevale 1989
Riprese dal suo libro “Il paese e l’ombra”

Narratore dell’erranza, del calabrese in partenza, degli uomini in viaggio, della  perenne fuga da sé è Corrado Alvaro dal quale sono riportati in questo volume diversi estratti. Con l’avvento della fotografia si è cercato in qualche modo di alleviare il dolore, la ferita che la lontananza provoca.

Leggendo questi argomenti, soprattutto quello del doppio, dell’altro fuori da sé, ho subito pensato ad una figura  importante e a volte inquietante dei romanzi letterari che è quella del gemello (Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, per fare un esempio). Il sosia che spesso è la rappresentazione del lato oscuro, del peggio di noi stessi scaturito da un fatto drammatico, come drammatico è il problema dell’emigrazione.

Purtroppo, ancora oggi, per tante persone, soprattutto per noi giovani calabresi (o anche del Sud Italia in generale), questo problema è fortemente presente e pressante. E questa volta non serve andare lontano come hanno fatto i nostri antenati.  La maggior parte è costretta a trasferirsi al Nord Italia per studiare, perché ad esempio non abbiamo una rete ferroviaria adeguata per poterci spostare anche solo per poter arrivare a Cosenza o a Messina. Tanti piccoli centri sono isolati, neanche un autobus che li possa collegare al resto della regione.  Chi è più fortunato può permettersi una stanza in affitto anche se a cifre esorbitanti nonostante viva ad appena un’ora e mezza dall’Università. Molti studenti nonostante facciano sacrifici perché vogliono restare nella loro terra, completato il loro ciclo di studi sono obbligati a partire verso le grandi città perché in Calabria è difficile trovare lavoro o se si trova è in nero e sottopagato.

A conclusione di queste mie osservazioni sento di dire che Il paese e l’ombra è un libro rapportabile in pieno alla situazione attuale della nostra amata Calabria, in cui non si vive solo di bei panorami e bei posti da visitare. Anche perché non tutti sanno sfruttare il potenziale naturale dei propri luoghi, spesso vittime di campanilismi assurdi, tenuti nascosti per una sorta di gelosia del posto.

Jessica Malagreca

Giangurgolo e il Carnevale calabrese

La Calabria è una terra che ancora custodisce gelosamente grandi tradizioni, anche se purtroppo non  tutte ancora in uso, spesso se ne sente solo parlare, molte altre sono andate perse, restano però  numerose quelle che sono sopravvissute allo scorrere degli anni.  

Tra queste, anche se in forma ridotta rispetto ad altri luoghi, è arrivata fino a noi quella del  Carnevale.  

Come in tutte le regioni italiane anche noi abbiamo la nostra maschera, che ormai in pochi conoscono o ricordano, ovvero quella di Giangurgolo

Il suo nome si pensa derivi da Gianni Golapiena o Boccalarga, già da ciò ne possiamo immaginare  le caratteristiche: una persona ingorda e chiacchierona. 

Troviamo le sue origini nella Commedia dell’Arte ma si vocifera sia esistito davvero e vissuto a  Catanzaro nel periodo dell’occupazione spagnola. Un uomo che tramite il teatro incita la  popolazione alla ribellione. Successivamente questa maschera viene importata a Reggio e  successivamente utilizzata in tutta la Calabria diventandone il simbolo regionale per ridicolizzare i  nobili spagnoli siciliani. 

“Ha un naso enorme, indossa un alto cappello a cono, calze bianche e pantaloni a sbuffo a strisce gialle e rosse, particolare significativo che riproduce i colori d’Aragona. La maschera dunque  rappresenta uno scherzo della città verso i dominatori aragonesi e spagnoli. 

Indossa poi una maschera rossa con il naso di cartone, il colletto alla spagnola arricciato, un corpetto, un cinturone al quale ha appeso una spada gigante che usa con i più deboli ma lascia a penzoloni quando si trova davanti qualcuno di più forte” (1) 

Ogni città o paese della Calabria, tra i suoi mille colori e sfumature differenti da luogo in luogo, ha le sue usanze per questo periodo di festa e allegria per gli occhi, che precede quello di riflessione e  preghiera della Quaresima. Tra i più famosi, ricchi di persone e immancabili troviamo quello di  Castrovillari, Amantea, il Carnevale della Piana (Polistena- Taurianova-Cinquefrondi) che si  svolge a Polistena, Carnevale di Reggio Calabria e “L’Ottava di Carnevale che si svolge a  Palmi a chiusura di tutte le sfilate di carri in cartapesta, mascherine e gruppi che sfilano nelle  domeniche precedenti in altri paesi della Piana di Gioia Tauro divertendo migliaia di bambini, e non  solo. Spesso capita che si svolga la prima domenica di Quaresima, il che non rende entusiasti molti  religiosi. Purtroppo per l’emergenza mondiale Covid che stiamo affrontando sarà il secondo anno in  cui non si terrà.  

Dolci tipici calabresi di questo periodo che ci aiutano a far gioire il palato sono: i “Cuccureddi”, i  Turdulilli” simili alle Castagnole,la “Pignolata” (semplice o con il miele) e le Chiacchiere (o come le chiamiamo a Palmi “Nacatole”) delle quali troverete la ricetta scritta da Francesca Priolo in  un altro articolo del nostro blog per la rubrica Poesia in cucina” e il procedimento per prepararle.  Immancabili nel nostro menù di Carnevale.

(1)- Wikipidia: Giangurgolo 

Jessica Malagreca

“Nell’universo di un numero primo” di Green Eyed Vincent

Siamo numeri sparsi tra le vie di una città. Numeri con una dimensione interiore rappresentata da un universo, meraviglioso e complesso, contrassegnato da una regione oscura che non è mostrata a tutti. In questo nucleo interiore si cela la personalità di ogni numero, definita da una matassa ingarbugliata di fili con colori diversi: sentimenti, emozioni, legami, qualità, capacità ma anche limiti. […]

“Io non poeta

Solo eterno praticante

Perché nell’abisso del cuore

Tremo di emozione

Quando nell’immensità astrale

Scopro una luce incandescente. 

Io di poesia non so niente

In vita mia, una non l’ho mai scritta. 

E se le chiamo così, perdonatemi:

Chiedo scusa per la mia ignoranza. 

Sono spartiti suonati dall’anima

Miei assoli di numeri e parole

Reazioni chimiche dell’emotività

Spiragli armoniosi di profumi. 

Sono quel che scrivo

Che genero quando mi va

Quando l’ispirazione mi accende […] 

(Io non poeta – Green Eyed Vincent) 

 

Passeggiando tra le meravigliose terre calabresi, oltre che in paesaggi emozionanti, gente accogliente, passionale nei confronti della vita, succede di incontrare delle anime sensibili che ti fanno ancora credere che esista un po’ di bontà negli uomini. 

“Nell’universo di un numero primo” è la prima raccolta di poesie di Vincenzo Scordo (in arte Green Eyed Vincent), pubblicata da Edizioni Effetto, illustrata da Luca Corda. 

Ho apprezzato moltissimo questa raccolta di poesie molto particolare. Oltre i profondi versi, la mia ammirazione va alla grafica, alle illustrazioni originali e anche all’impaginazione ammirabile e distinta. Il libro è suddiviso in cinque sezioni: Seguendo la mia stella, Scatti da una nuvola bianca, Quark d’amore, Disinstallazione di un volto, Al funerale del mio paese, oltre la Nota ai testi e in chiusura una sensazionale composizione, Le vie dell’infanzia, scritta e musicata dall’autore stesso. Ogni sezione tratta un tema diverso caro al nostro poeta sul quale punta la propria lente di ingrandimento. Ed è proprio la musica che ha una presenza costante; in apertura di molte poesie troviamo dei versi di grandi cantautori che ci accolgono. Oltre alla musica ruolo importante ha la letteratura, spesso troviamo come introduzione ai versi delle citazioni di scrittori noti che ci danno un’idea riguardo ciò che stiamo per leggere, infatti grazie a Vincenzo mi è venuta una forte curiosità di leggere qualcosa di Cesare Pavese.

“Nell’universo di un numero primo” racchiude dunque l’animo sensibile di un giovane poeta calabrese che si è trasferito a Torino, nel cui cuore è sempre forte la presenza della  terra natia. Dai suoi versi, oltre a tanta sensibilità e amore, trasuda un urlo di rabbia e protesta verso una società che negli anni ha distrutto la realtà di molti piccoli centri calabresi, tra cui la sua Bagnara (RC). È proprio del suo paese che leggiamo a fine raccolta un necrologio che ne descrive la triste morte. Una cittadina ormai abbandonata, come purtroppo gran parte della nostra amata Calabria.

Nelle poesie di Vincenzo abbiamo un incrocio tra passato e futuro di uomini e città e diverse realtà comunitarie. Anche un oggetto inanimato come un semplice muro nei suoi versi prende vita. La scrittura è molto sentimentale, ma non smielata. Salta molto all’occhio anche il minuzioso e profondo lavoro di ricerca compiuto dall’autore per ogni piccolo dettaglio, niente è lasciato alla superficialità e al caso.

 

Jessica Malagreca

Fb: Jessica Malagreca – In: Books_in_wonderland88

“Nei silenzi delle parole” libro di Giuseppe Mancini

“Ci si abitua a vivere in luoghi dell’anima che non ci appartengono. Ogni giorno camminiamo con addosso uno zaino di rimpianti e attimi sciupati che pesano come macigni e minacciano di vendicarsi”

Tratto da “Nei silenzi delle parole” di Giuseppe Mancini

TRAMA

“Ci sono incontri che ti resettano e in un attimo cambiano la percezione di te, delle tue sicurezze, delle convinzioni passate e di ciò che immaginavi ti riservasse il futuro; ti aiutano a trovare delle risposte che spesso hai recluse dentro; ti conducono a far chiarezza su lati dell’anima silenti e, forse, poco conosciuti. Con alcune persone è come ritrovarsi dopo essersi aspettati a lungo. Nel silenzio si suonano le stesse note, si è come parti di un puzzle che combaciando si completano.

Questo romanzo racconta la storia di Gabriel e Sophie. Entrambi in debito con i propri bisogni stanno attraversando un periodo buio quando si conoscono a Montmartre, il romanticissimo quartiere di Parigi. Dovranno prendere decisioni importanti, disfarsi di ogni maschera ed essere sinceri con il proprio cuore, per spingersi oltre le paure, il tempo e le parole; per sentirsi meno soli e ritornare a fidarsi.

Ma, tante volte, può capitare che ci siano ostacoli insormontabili che si interpongono dinanzi ai nostri passi, rendendo più aspro il cammino dell’amore… e in quel caso, ci vuole più coraggio a trattenersi o a lasciarsi andare?”


RECENSIONE

Giuseppe Mancini è un giovane autore calabrese, nasce a Gioia Tauro dove ad oggi risiede dopo aver spesso viaggiato tra Napoli e Roma.

“Nei silenzi delle parole” è il suo romanzo d’esordio. Questo è uno di quei libri che sembra arrivino quando se ne ha bisogno, direi al momento giusto.

Un romanzo che sembra parli di te, della tua vita, dei tuoi sogni e dei tuoi desideri nascosti. Ti pone davanti a degli ostacoli che durante la vita può capitare di incontrare, insegnandoti a superarli, nonostante tutto. Non è un romanzo che racconta una di quelle classiche storie d’amore smielate e irreali (che io non apprezzo particolarmente  perché reputo lontane mille miglia dalla realtà).

È la storia di due cuori che si completano, destinati ad amarsi dopo aver sofferto per lungo tempo ed essersi persi, quasi sicuramente perché si sono  incontrati nel momento sbagliato, che ancora non era il loro. Nonostante tutte le difficoltà ed un momentaneo addio sanno di essere legati insieme dal filo rosso dell’amore che esiste per ognuno di noi.

La scrittura di Giuseppe Mancini è scorrevole, nitida, molto piacevole, la definirei vera e propria poesia. Unica pecca, avrei voluto che i capitoli che trattano la loro conoscenza iniziale fossero stati un po’ più sviluppati e approfonditi.  Finale sorprendente e inaspettato.

Jessica Malagreca