L’oro verde della fascia Jonica: il bergamotto di Reggio Calabria

“Dio diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto…”

Leonida Repaci

A Reggio Calabria uno dei frutti più ricercati per le sue proprietà benefiche è sicuramente il bergamotto. È un agrume del genere Citrus ed il suo nome scientifico è infatti,  citrus x bergamia. Il nome deriva dal turco e significa “pero del Signore”.  La sua nascita è molto incerta, infatti anche gli esperti botanici non sanno bene da dove provenga: alcuni sostengono  derivi da incroci di arancio amaro e limone; certe sono invece le sue caratteristiche uniche e irripetibili.

Circa il 90% della produzione mondiale è in Calabria precisamente è concentrato nella zona che va da Scilla a Monasterace. I primi impianti di bergamotto risalgono al 1750 circa per opera di un reggino. All’epoca l’essenza  veniva estratta manualmente spremendo la scorza dell’agrume, ma è nel 1844 che si ha una vera e propria industrializzazione di quello che diventerà in seguito l’oro verde di Calabria. Anche dietro il bergamotto ruotano varie leggende: secondo alcune fonti si pensa che l’agrume arrivi dalle isole Canarie importato da Cristoforo Colombo, altre parlano della città di Berga in Spagna;  altre ancora raccontano la storia del moro di Spagna, che ne vendette un ramo ai signori Valentino di Reggio, i quali lo innestarono su un arancio amaro. Il bergamotto viene usato per la produzione di cosmetici e profumi grazie all’inebriante aroma del suo olio essenziale  e alle sue proprietà benefiche.

Foto presa dal web

Ma i suoi benefici non finiscono mica qui, infatti ha diverse proprietà nutrizionali: è un frutto ricco di vitamine A, C, vitamine del gruppo B, sali minerali, e sostanze antiossidanti che aiutano l’organismo a rimanere in salute. Alcuni studi scientifici hanno dimostrato quanto sia utile   contro il colesterolo, la glicemia , l’anemia e la salute delle ossa. Le sue  piante sono sempreverdi e in commercio si trovano tre qualità principali  con caratteristiche differenti : il femminiello, il fantastico e il Castagnaro. Quest’ultimo rispetto ai primi due produce dei frutti più voluminosi e rugosi. Il bergamotto trova grande impiego in cucina, dall’antipasto al dolce, questo agrume si presta ad ogni piatto regalando note contrastanti che  esaltano i sapori degli ingredienti. La sua particolarità è sicuramente il suo odore persistente, fresco e il sapore acre del suo succo che lo rendono utilizzabile in cucina.

Vi consiglio questa ricetta semplicissima che potete preparare per merenda o per una colazione gustosa e sana:

Torta soffice alle mele e bergamotto:

  • 200 g farina 00
  • 50 g burro
  • 120 g zucchero
  • 2 uova
  • 200 ml yogurt
  • 15 g lievito
  • Semi bacca di vaniglia
  • Buccia grattugiata di bergamotto fresco oppure essenza per dolci 
  • 2 mele renette
  • Pizzico di sale

PROCEDIMENTO:

 Montate le uova con lo zucchero e gli aromi (almeno per tre minuti) fino ad ottenere un composto omogeneo e spumoso. Aggiungete il burro fuso freddo e continuate a montare. Setacciate bene la farina e unite il lievito. Cominciate adesso ad incorporare la farina al composto di uova alternando un cucchiaio di farina e uno di yogurt fino a esaurimento degli ingredienti; alla fine aggiungete un pizzico di sale. A questo punto prendete le mele, sbucciatele e tagliatele a fette sottili, mettete l’impasto dentro una teglia a cerniera abbastanza alta (l’impasto dovrà presentarsi liscio e omogeneo), adagiate le mele sopra l’impasto come più vi aggrada e infornate a 180  gradi per circa 40 minuti.

Francesca “Kekka” Priolo

Alla (ri)scoperta di Trachina

Alla Tonnara di Palmi quest’ultima soleggiata domenica di maggio ha visto lo svolgersi di una nuova azione di pulizia del gruppo Green R-evolution Palmi, il quale, coadiuvato dalla sezione palmese di Lega Navale italiana, dall’associazione “Fogghi di Luna”, unitamente alla Capitaneria Di Porto, ha raggiunto con tre imbarcazioni la piccola spiaggia di Trachina, separata dalla spiaggia dell’Ulivarella da un’imponente scogliera. Tra le pietre tonde levigate dal mare, una trentina di volontari si sono prodigati per rimuovere dalla spiaggia quanta più plastica possibile, presente sotto svariate forme, le più ricorrenti delle quali polistirolo e bottiglie di PET. Per il resto si riscontrava una variegata compagine di articoli in plastica o frammenti di essi, scarpe, ferraglia, materiale da pesca abbandonato. Degni di nota sono due tipologie di materiale sempre rinvenibili in queste azioni di pulizia: il polistirolo, quasi sempre bianco, sbriciolato in frammenti più o meno piccoli dall’azione congiunta di onde e scogli, ed i frammenti anch’essi più o meno piccoli di materiale isolante di refrigeratori,  di color giallo. Testimoni, da una parte, della colpevole abbandono in mare delle cassette di polistirolo da parte di vari pescatori da decenni, dall’altra, dello impunito scarico di refrigeratori usati a mare, deplorevole fenomeno anch’esso persistente da tanto tempo. Infatti, il più grosso oggetto rimosso è stato un grosso refrigeratore a cassa, che ha necessitato 5 paia di braccia. Questo basti a dire quanto queste azioni di pulizia delle spiagge portano alla luce la vastità della stupidità e pigrizia umana. Dopo due ore e mezzo di alacre e faticosa opera di raccolta e rimozione un barchino di servizio e le altre barche sono state caricate di 20 sacchi pieni di plastica, polistirolo ed altra spazzatura, oltre alla grossa carcassa di refrigeratore sopra menzionata.

Di ritorno al porto di Palmi, tale massa ha riempito il cassone di un camioncino: rifiuti abbandonati in natura, nei pressi di una fiumara o direttamente a mare il cui dannoso tempo di permanenza può variare da pochi giorni a svariati anni. Terminate le loro fatiche, i partecipanti si sono meritatamente concessi una navigazione sottocosta fino alla bellissima spiaggia di Calaianculla, che sarà anche la mèta della prossima azione di pulizia, fra quattro settimane, il 20 giugno prossimo, pianificata sempre dalle associazioni sopra menzionate e da Lega Navale sez. Palmi.

Il presidente di quest’ultima, Giovanni Grillea, si è mobilitato in prima linea per la riuscita dell’evento, anche sul piano dell’aiuto fisico, mosso da un grande amore per l’ambiente marino: -“Bisogna tutelare il mare perché sta morendo, ci sono dei dati sconfortanti riguardo alla quantità di plastica in mare; e queste iniziative, a cui Lega Navale presta grande attenzione, possono sensibilizzare i più giovani ad avere cura per il mare. 

L’amore per il mare e il territorio, è motivo conduttore anche di Green R-Evolution e “Fogghi di Luna”. Per Eugenio Crea, rappresentante di entrambi i gruppi, queste singole azioni di pulizia non sono fini a sé stesse: -“La nostra idea di Palmi è in prospettiva Stiamo lavorando per far rinascere Rovaglioso e Trachina: questa è stata solo la prima tappa per restituire la spiaggia al pubblico. Grazie alla natura di Green R-Evolution, un gruppo aperto e non chiuso in sé stesso, e grazie a belle collaborazioni come quella con Lega Navale, e senza la quale non avremmo potuto realizzare quest’operazione di pulizia, tutto questo sarà possibile”.

Antonino Brando

Antichi Mestieri

Fino a pochi decenni fa esistevano lavori oggi scomparsi e la vita di tanta gente era scandita dalla fatica fisica e dallo sfruttamento dell’ingegno.

Oggi molti mestieri, un tempo importanti e richiesti, sono stati sostituiti dall’idea moderna del “comprare” e non del riparare e conservare ma, in un passato non molto lontano, essi erano legati all’artigianato, all’agricoltura, alla pesca e venivano tramandati da padre in figlio per mezzo del commercio itinerante attraversando i paesi della Piana.

I giovani d’oggi non hanno conosciuto gli arrotini, i carrettieri, la mammana/la mammina; queste figure rappresentano un patrimonio di memorie da ricordare, un “come eravamo” ricco di nostalgia.

“U Caddararu”, foto di Antonio Salerno

Ecco alcuni antichi mestieri

“L’Arrotino”:Donne, donne è arrivato l’arrotino” si sentiva a decine di metri di distanza. Era uno dei quei lavori itineranti lungo le vie dei piccoli paesi. Lui attendeva in piazza o sotto le case e attendeva che le donne gli portassero coltelli e forbici da affilare; riparazioni che venivano effettuate con una mola girata da un pedale.

Bicicletta dell’arrotino, foto presa dal web

“L’aggiusta piatti”: riparava i piatti rotti, i vasi da fiore, le zuppiere e ogni oggetto in ceramica o terracotta. Faceva due buchi ai cocci, li legava insieme con un filo di ferro a mo’ di gancio, infine passava un po’ di colore per coprire la riparazione.

L’Aggiusta piatti, foto presa dal web

“’U Capiddhàru”: urlando diceva: “U Capiddharu passa, cagnàtivi ì capiddhi!”. Le donne facevano capannello attorno all’ambulante e gli consegnavano batuffoli di capelli; in cambio ricevevano denaro o qualche oggetto di uso casalingo.

“Il robivecchi”: vendeva di tutto, dai piatti agli abiti; girava raccogliendo roba vecchia: vestiti malandati, scarpe rotte e dava in cambio qualche piatto o ciotola. Per invitare le donne ad uscire di casa, gridava: “Si pigghia robba vecchia!!!”. Il suo passaggio era molto atteso poiché consentiva alle casalinghe di liberarsi di cose inservibili ricavando qualche oggetto utile. 

” ‘U sapunaru”: girava i paesi barattando il sapone con la cenere prodotta bruciando la legna nei camini. Una saponaia famosa ormai scomparsa era ‘a Santannota (di Sant’Anna).

“‘U Vandiaturi”: la diffusa scolarizzazione con conseguente scomparsa dell’analfabetismo e, soprattutto, l’avvento dei mezzi di comunicazione moderna, hanno determinato la scomparsa di questa figura, tra le più caratteristiche e popolari della tradizione. Accompagnato talvolta dal battito del tamburo, il banditore annunciava le novità importanti. Gli avvisi potevano riguardare anche una comunicazione sanitaria o amministrativa dell’autorità, come ad esempio: “Sentiti, sentiti, sentiti. Lu sindacu manda a diri ca dumani mancherà l’acqua. Fimmini, inchitivi tielli e i buttigghi ca non si sapi quando torna l’acqua!”.

“I cantastorie e i contastorie”: andavano in giro a cantare e declamare “storie” per paesi e città; si fermavano in una piazza, all’angolo di una strada, in un mercato dove c’era tanta gente di passaggio e lì incominciavano a cantare, a suonare, a esibire i cartelloni. I contenuti narrati potevano essere tragici, allegri, dei paladini di Francia e la gente si commuoveva o sorrideva ascoltando le vicende evocate.

“‘U scarparu”: è un mestiere che sta per scomparire ma un tempo era molto richiesto. Si tratta di una vera e propria arte. Il calzolaio realizza scarpe da donna e da uomo, ma la parte più consistente è rappresentata le riparazioni. La bottega del calzolaio era un punto di ritrovo per scambiare quattro chiacchiere.

“‘U furgiaro”: attorno a quest’artigiano c’era sempre un via vai di persone che gli commissionavano lavori. Con incudine, tenaglie, martelli e mazze, il fabbro modellava le barre di ferro incandescenti, realizzando accette, falci, picconi, zappe e mannaie. Il fuoco doveva essere vivo e ininterrotto.

il Maestro Nino Magazzù, mastro forgiaro, da una foto pubblicata da Nino Genovese

“A Lavandara”: moltissime donne, nel dopoguerra, per portare a casa un po’ di soldi, si offrivano a servizio dei signori che potevano permettersi una “lavatrice umana”. Andavano prima presso le famiglie a raccogliere i panni sporchi da lavare e poi si recavano alle vasche lavandare (a Palmi si trovavano al Rione Mauro o in Contrada Acqualive oppure nel cosiddetto “Vaddhuni”, un lungo avvallamento nel quale scorreva un fiumiciattolo proveniente da sant’Elia). Dopo aver finito di lavare, i panni venivano stesi sull’erba ad asciugare. I ferri del mestiere erano la cenere del camino, l’acqua del torrente e tanto “olio di gomito” per strofinarli e sbatterli sulle pietre. Spesso era necessario far bollire la biancheria sporca ed a questo proposito venivano preparate le “caddhare” per i capi più grandi, in questo modo si otteneva la sterilizzazione del bucato.

“A Maistra Sarta”: questa categoria suscitava ammirazione, interesse e rispetto ed era un mestiere molto ambito. Le “Madame” erano esperte nel cucito ed avevano accanto tante ragazze che aspiravano a diventare sarte. Le “Maistre” cucivano su misura ed era un vanto per loro creare soprattutto gli abiti da sposa.

Maestra sarta Catalano Carmela nel rione Galipsi assieme alle “discepole”, da una foto pubblicata da Simona De Francia

“A tessitrici”: grazie alla sua bravura, dava consistenza di tessuto alla canapa con la quale veniva realizzata la maggior parte degli indumenti o dei tappeti lavorati ma, soprattutto, il “tocco di tela”, un tessuto lungo vari metri e avvolto su se stesso, da cui venivano tagliati i pezzi del corredo della sposa: lenzuola, tovaglie da tavola, asciugamani etc…

“’U Sferracavaddhu”: era anche un veterinario alla bisogna per la sua esperienza, oltre che maestro di fucina, ferrava cavalli, muli, asini. Sostituiva gli zoccoli degli animali con un lavoro lungo e meticoloso.

“Lo Scalpellino”: questo artigiano aveva finezza e destrezza particolare con lo scalpello, infatti estraeva la pietra per farne macine, colonne delle chiese, per la pavimentazione di strade e piazze. Palmi è stata pavimentata così. Si ricordano due fratelli scalpellini molto bravi: Giuseppe e Pasquale Grasso di Palmi.

I Fratelli Grasso, scalpellini in piazza Libertà, da una foto del libro “Palmi immagini del passato” di Bruno Zappone

“L’umbrillaru”: aveva una bottega dove aggiustava di tutto ma soprattutto ombrelli; aveva un’attrezzatura costituita da pinze, filo di ferro, stecche di ricambi, pezzi di stoffe, aghi, filo, spaghi etc. Oggi questo mestiere può sembrare assurdo però, era ancora in auge fino agli anni sessanta-settanta, quando la mentalità del tempo tendeva a non buttare via nulla che potesse ancora servire.

“’U caddhararu”: lavorava il rame delle casseruole, dei secchi e delle “caddare“. Fabbricava pentole, caldaie e altri oggetti di metallo. Quando una “caddara” si sfondava o si ammaccava, “U caddhararu” interveniva per rimetterla a nuovo. All’interno delle “caddare“, stendeva sulla superficie rendendola liscia ed uniforme, con una matassa di canapa strofinata.

“‘U sensali”: era il mestiere che oggi potremmo definire del mediatore, egli o ella godeva di considerazione e rispetto: combinava fidanzamenti e matrimoni, proponeva terreni e case o vendite di prodotti agricoli e riappacificava famiglie.

A Mammana/ ‘A Mammina”: aveva un ruolo molto importante: svolgeva tutte le mansioni dell’attuale ostetrica. Fino agli anni Sessanta le donne non venivano ricoverate negli ospedali o nelle cliniche ma partorivano in casa, aiutate appunto dalla mammana/mammina, chiamata anche levatrice. A lei spettava il compito di visitare le donne gravide e di farle partorire. Solitamente era una vera e propria istituzione, una donna a cui affidare se stesse e la vita dei propri figli; talvolta aveva un ruolo di consigliera. Con l’avvento della nuova figura professionale dell’ostetrica questo mestiere è scomparso, conservando però il ricordo di queste donne persone stimate, rispettate e molto vicine ai problemi e alle gioie del mondo femminile di un tempo.

“‘A Mammana- ‘A Mammina” (la levatrice degli anni ’50) Angela Fazzari in Surace, da una foto del figlio Giovanni Surace

Dovremmo fare il possibile affinché questi antichi mestieri rimangano nei nostri ricordi per poterli tramandare alle future generazioni. Palmi e il circondario godevano di artigiani senza dubbio tra i più bravi ed apprezzati nella Piana. Ormai il mondo corre ad altissima velocità e oggi sono i nipoti che insegnano ai nonni l’utilizzo delle nuove tecnologie e tutto ciò sta distruggendo in modo rapido le memorie del passato.

Francesco Saletta

Palmi capitale italiana dell’olio extravergine di oliva grazie ad Evo International Olive Oil Contest

In foto da sinistra: Dott. Antonio G. Lauro e Dott.ssa Giusy Managò

Dal 17 al 19 maggio la città di Palmi ha ospitato la sesta edizione di EVO IOOC (International Olive Oil Contest), inserita dal Word Ranking Extra Virgin Olive Oil, tra i primi cinque concorsi internazionali sull’olio extravergine di oliva e primo in Italia. Presidente e fondatore di EVO IOOC è il Dottor Antonio G. Lauro, agronomo e funzionario dell’ARSAC – Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese  ̶  nonché divulgatore agricolo specialista in olivicoltura.

Il concorso è aperto a Olivicoltori, Produttori, Frantoi, Oleifici sociali e cooperativi, Cooperative ed organizzazioni di produttori, Imbottigliatori, Associazioni di produttori, Commercianti e Confezionatori. Ciascun partecipante deve garantire la tracciabilità e la provenienza dell’olio presentato al concorso, che pertanto dev’essere provvisto di un’etichettatura valida.

Il Concorso, nato nel 2016 come Domina-IOOC e rinominato EVO IOOC nel 2018, ha dispensato in questi anni ambitissimi premi speciali alle aziende in concorso. Le varietà olearie e di condimento, che pervengono ogni anno, sono molteplici e diversificate; ciascuna di esse concorre per aggiudicarsi i Premi assoluti (Best in Class), che nel caso degli oli EVO sono dipartiti per i due emisferi. A seguito di un’attenta analisi sensoriale da parte di una giuria di professionisti provenienti da diverse parti del mondo, i campioni in gara vengono valutati e classificati secondo i metodi del Consiglio Oleicolo Internazionale (COI), ricevendo uno o più dei seguenti riconoscimenti.


Olio Extravergine di Oliva:

EVO IOOC 2021 Best International Award – North Hemisphere: miglior olio extravergine di oliva in concorso (punteggio più alto in assoluto), sia esso monovarietale, coupage (blend) o biologico dell’emisfero nord.  

EVO IOOC 2021 Best International Award – South Hemisphere:  miglior olio EVO in concorso (punteggio più alto in assoluto),  sia esso monovarietale, coupage (blend) o biologico dell’emisfero meridionale.   

EVO IOOC 2021 Best International Organic – North Hemisphere: miglior olio extravergine di oliva da agricoltura biologica in concorso dell’Emisfero settentrionale.  

EVO IOOC 2021 Best International Organic – South Hemisphere: miglior olio extravergine di oliva da agricoltura biologica in concorso dell’emisfero meridionale.  

EVO IOOC 2021 Best International DOP/IGP – North Hemisphere: miglior olio extravergine di oliva a denominazione di origine (DOP/IGP) in concorso dell’emisfero settentrionale.  

EVO IOOC 2021 Best International Monovarietal – North Hemisphere: miglior olio extravergine di oliva monovarietale in concorso dell’emisfero settentrionale.  

EVO IOOC 2021 Best International Monovarietal – South Hemisphere: miglior olio extravergine di oliva monovarietale in concorso dell’emisfero meridionale.  

EVO IOOC 2021 Best International Coupage – North Hemisphere: miglior coupage (blend) di olio extravergine di oliva in concorso dell’emisfero settentrionale.  

EVO IOOC 2021 Best International Coupage – South Hemisphere: miglior coupage (blend) di olio extravergine di oliva in concorso dell’emisfero meridionale. 

Condimenti a Base di Olio Extravergine di Oliva:

Premio Assoluto (Best in Class): EVO IOOC 2021 Best International Flavoured EVOO, cioè miglior condimento a base di olio EVO.  

Ai premi assoluti sopraelencati si aggiungono  

I Premi Speciali (Special Awards)

EVO IOOC 2021 Scoglio dell’Ulivo Best of Regione Calabria: miglior olio extravergine di oliva, monovarietale, blend (coupage) o biologico della Regione Calabria.  

EVO IOOC 2021 Ràul C. Castellani Best of South America, dedicato al Professor Castellani, già direttore tecnico e co-fondatore del concorso: premio riservato al miglior olio extravergine di oliva prodotto in America del Sud.  

I Best Of Country:

EVO IOOC 2021 Best Of Country, riservato a oli provenienti da un determinato Paese produttore, con un minimo di 25 campioni in concorso per ogni nazione, riservato al miglior olio extravergine di oliva del Paese.  

EVO IOOC 2021 Best Of Area, riservato a oli provenienti da una determinata Regione, Denominazione, Area, ecc., con un minimo di 25 campioni in concorso per ogni zona, riservato al miglior olio extravergine di oliva di una particolare area di produzione.  

In base al punteggio conseguito durante il panel test, agli Oli EVO e ai Condimenti a base di olio EVO verranno consegnate le medaglie: EVO IOOC Gold Medal (da 84 a 100 punti) e EVO IOOC Silver Medal (da 65 a ≤ 84 punti).

Gli oli extravergini d’oliva ed i condimenti in gara quest’anno sono circa 650. Sono eccellenze olearie provenienti da 36 paesi, tra cui Italia, Grecia, Spagna, Francia, Portogallo, Malta, Croazia, Slovenia, Cipro, Turchia, Tunisia, Israele, Giappone, Stati Uniti, Algeria, Giordania, Libano, Libia, Marocco e Arabia Saudita, per l’emisfero nord e Brasile, Argentina, Sudafrica, Cile e Perù per l’emisfero sud.

Per conoscere i risultati delle selezioni occorrerà aspettare sabato 22 maggio, quando verranno svelate le medaglie d’oro e d’argento assegnate dal concorso. Mentre la cerimonia di premiazione, che incoronerà i migliori oli EVO ed i condimenti al mondo (Best in Class) avrà luogo a Palmi il 28 maggio 2021 alle ore 17:00 live in Piazza Primo Maggio ed in diretta Facebook sulla pagina di EVO IOOC Italy e sul Canale 18 del Digitale Terrestre Calabria.

Per saperne di più:

https://evo-iooc.it/

https://www.facebook.com/EVOIOOC

https://www.instagram.com/evoiooc/

https://www.youtube.com/channel/UCnnpGRANGr51vrM6llk3dhw

https://www.linkedin.com/company/evo-iooc-italy/

Chiara Furfaro

Genesi dello stemma comunale di Palmi

Un primitivo emblema della Città di Palmi venne già “ufficializzato” a partire dal XVII secolo.

Lo stemma, molto scarno e semplice, raffigurava una palma stilizzata sormontata da una corona (sul modello della fig.1).

Nella Palmi ottocentesca diversi stemmi comunali (in marmo), vennero collocati sugli edifici pubblici e non solo. Ad esempio, uno di essi capeggiava sull’antica Fontana della Palma sin dalla metà del 1600 insieme agli stemmi della famiglia Concublet. Un altro ancora era presente sulla facciata del vecchio municipio, mentre un altro si trovava sul prospetto della fontana della Murarella.

Nel corso del tempo lo stemma comunale venne arricchito da ulteriori elementi simbolici per la storia cittadina.

Lo stemma attuale (quello a destra fig.2) venne adottato e riconosciuto a partire dalla data del 9 marzo 1939 con decreto del Presidente del Consiglio dell’epoca (Benito Mussolini).

Ecco la descrizione attraverso lo Statuto Comunale (art.4 c. 2):

“𝘓𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘮𝘮𝘢 𝘳𝘢𝘧𝘧𝘪𝘨𝘶𝘳𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘪𝘯 𝘤𝘢𝘮𝘱𝘰 𝘢𝘻𝘻𝘶𝘳𝘳𝘰, 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘳𝘮𝘰𝘯𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘳𝘰𝘯𝘢 𝘮𝘢𝘳𝘤𝘩𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦𝘥 𝘦̀ 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘰𝘳𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘣𝘢𝘯𝘥𝘪𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘢𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢𝘵𝘦 𝘢𝘪 𝘱𝘪𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘣𝘢𝘳𝘣𝘢𝘳𝘦𝘴𝘤𝘩𝘪. 𝘈𝘭𝘭𝘢 𝘣𝘢𝘴𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘪 𝘥𝘶𝘦 𝘤𝘢𝘯𝘯𝘰𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘊𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘵𝘢 𝘦 𝘮𝘶𝘯𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘮𝘶𝘳𝘢 𝘦, 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦, 𝘢 𝘴𝘪𝘯𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢, 𝘦̀ 𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘷𝘦𝘳𝘨𝘩𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪𝘮𝘣𝘰𝘭𝘦𝘨𝘨𝘪𝘢 𝘭’𝘶𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘰 𝘢 𝘥𝘪𝘧𝘦𝘴𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢̀, 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘰, 𝘥𝘪𝘴𝘦𝘨𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢, 𝘳𝘢𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘭’𝘶𝘤𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘤𝘢𝘱𝘰 𝘤𝘰𝘳𝘴𝘢𝘳𝘰 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘶𝘵𝘢 𝘥𝘶𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘪𝘯𝘤𝘶𝘳𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘶𝘣𝘪𝘵𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘪𝘯𝘢”.

Domenico De Luca

“Il paese e l’ombra” di Vito Teti – Riflessioni sull’emigrazione

Foto di Vito Teti, Santuario “S.Maria della Stella” (Reggio Calabria) ,1986, Francesco Bellissimo e famiglia in uno dei suoi ritorni in paese in Calabria.
Riprese dal suo libro “Il paese e l’ombra”

“Vi sono più enigmi nell’ombra di un uomo  che cammina al sole che in tutte le religioni del passato, del presente e del futuro.”

Giorgio de chirico

Ho letto con molto piacere e immedesimazione questo testo che, anche se ha preso vita ben 32 anni fa, nel 1989, è tutt’ora attuale viste le dolorose tematiche sulla Calabria che affronta.

Tra i temi principali trattati dal professor Vito Teti, troviamo  quello dell’emigrazione dei calabresi in terre lontane come quelle americane. In questo mondo, tanto distante  dalla loro Calabria nasce Il Paese due, che è il riflesso del paese d’origine Il Paese uno, ecco che si presenta a noi un altro argomento importante, lo sdoppiamento,  un doppio che vuole ricreare storie, abitudini, folklore e tradizioni che l’emigrato ha abbandonato nel suo luogo  d’origine. Tutto ciò causa negli individui un senso di smarrimento, anche nelle famiglie e in tutti coloro che restano “al paese” e vengono sopraffatti dal senso di abbandono.  

L’emigrato viene perseguitato dalla paura come se fosse la sua ombra; paura di non rientrare più nella sua casa, tra i suoi compaesani, paura di perdersi fuori da sé e soprattutto paura di morire lontano dalla sua patria e non sapere dove essere seppellito.  Paura che i suoi cari rimasti al paese muoiano senza che lui lo sappia. Una convivenza in una situazione di lutto continuo.

L’emigrato non riesce a staccarsi dal paese che diventa la sua ombra smarrita. Una sorta di ombra cade anche sui paesi calabresi che d’improvviso si ritrovano svuotati dalla gente che è la loro linfa vitale.

Fotografie di Vito Teti, Toronto-Canada ottobre – novembre 1982.
Riprese dal suo libro “Il paese e l’ombra”
Foto di Vito Teti, San Nicola da Crissa, Carnevale 1989
Riprese dal suo libro “Il paese e l’ombra”

Narratore dell’erranza, del calabrese in partenza, degli uomini in viaggio, della  perenne fuga da sé è Corrado Alvaro dal quale sono riportati in questo volume diversi estratti. Con l’avvento della fotografia si è cercato in qualche modo di alleviare il dolore, la ferita che la lontananza provoca.

Leggendo questi argomenti, soprattutto quello del doppio, dell’altro fuori da sé, ho subito pensato ad una figura  importante e a volte inquietante dei romanzi letterari che è quella del gemello (Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, per fare un esempio). Il sosia che spesso è la rappresentazione del lato oscuro, del peggio di noi stessi scaturito da un fatto drammatico, come drammatico è il problema dell’emigrazione.

Purtroppo, ancora oggi, per tante persone, soprattutto per noi giovani calabresi (o anche del Sud Italia in generale), questo problema è fortemente presente e pressante. E questa volta non serve andare lontano come hanno fatto i nostri antenati.  La maggior parte è costretta a trasferirsi al Nord Italia per studiare, perché ad esempio non abbiamo una rete ferroviaria adeguata per poterci spostare anche solo per poter arrivare a Cosenza o a Messina. Tanti piccoli centri sono isolati, neanche un autobus che li possa collegare al resto della regione.  Chi è più fortunato può permettersi una stanza in affitto anche se a cifre esorbitanti nonostante viva ad appena un’ora e mezza dall’Università. Molti studenti nonostante facciano sacrifici perché vogliono restare nella loro terra, completato il loro ciclo di studi sono obbligati a partire verso le grandi città perché in Calabria è difficile trovare lavoro o se si trova è in nero e sottopagato.

A conclusione di queste mie osservazioni sento di dire che Il paese e l’ombra è un libro rapportabile in pieno alla situazione attuale della nostra amata Calabria, in cui non si vive solo di bei panorami e bei posti da visitare. Anche perché non tutti sanno sfruttare il potenziale naturale dei propri luoghi, spesso vittime di campanilismi assurdi, tenuti nascosti per una sorta di gelosia del posto.

Jessica Malagreca

La Caritas Santa Famiglia – Quando la solidarietà fa rumore

Un pezzo di pane. Un alimento semplice, dagli ingredienti elementari, nasconde un grande lavoro dietro la sua preparazione. Anche nel gesto semplice di donare alimenti per chi è meno fortunato, si cela un’organizzazione minuziosa che spesso non si vede. Il 29 marzo, i ragazzi della Caritas operanti alla Parrocchia “Santa Famiglia” di Palmi, in vista delle imminenti festività pasquali, hanno messo in piedi un vero e proprio evento di beneficienza: “Quaresima di Carità”. Per i giovani operatori è stato fondamentale rendere queste giornate di solitudine e paura simili  a una festa piena di colori, che ha fatto brillare di gioia gli occhi di molti bambini nel ricevere in dono l’uovo di Pasqua.

Il pane e la sua condivisione sono stati il tema centrale dell’evento, svoltosi all’auditorium parrocchiale e a cui è stato presente il Vescovo della Diocesi Di Oppido – Palmi, Mons. Francesco Milito, su invito degli stessi ragazzi. Il Vescovo,  ha ribadito l’importanza del piccolo gesto del dono, ed ha condiviso un momento di preghiera. Ha poi benedetto il Pane, inteso dagli operatori Caritas come fonte di Vita essenziale per l’oggi e contenente la benedizione di domani, e come occasione per condividere insieme Gioia e Speranza.

Monsignor Milito, accolto dal parroco Don Giuseppe Sofrà e dal diac. Vincenzo Condello, è rimasto molto colpito sia dall’allestimento colorato e gioioso, addobbato dai ragazzi coadiuvati dalla grande professionalità dello staff “Eventi Fioriti” di Angalò Roberta (Palmi); sia dalla grande quantità di viveri e dolci che in pochi giorni la Caritas è riuscita a raccogliere. Si è poi complimentato con tutto il team, del quale è responsabile il Diacono Massimo Surace. Questo gruppo affiatato in pochi mesi ha notevolmente ampliato il proprio raggio d’azione, passando da 20 a più di 100 consegne settimanali. Già a Natale e per l’Epifania, le manifestazioni di beneficienza, coordinate dall’operatore Damiano Magliano, sono servite ad ampliare gli orizzonti della carità. Una carità fatta di eventi che allietano gli animi, una solidarietà rumorosa e colorata,  anziché rinchiusa nel clichè del silenzio.

Un rumore che non è stato fermato neppure dalla zona rossa: l’evento si è svolto in piena sicurezza grazie all’intervento della Pro. Civ. Arci Palmi e della Protezione Civile Comunale Palmi.

La pandemia e la conseguente crisi diffusa non è riuscita a rompere neppure la vasta rete di generosità di circa 50 tra aziende, fornai e pasticcerie, da Palmi e dintorni fino ad arrivare a Buonvicino  (Pasta ricca), e alle cittadine vibonesi Rombiolo (Molinoa Cilindri) e Soriano Calabro (Dolciaria Monardo srl). Grandi quantità di dolci, uova, pasta fresca, colombe e pane provenienti dal molte attività della Piana:  Pasticceria Roberto di Rito, e Borgo Cariati di Giovanni Pillari & co. S.A.S. per Rizziconi ; Pasta Più di Corrao e Dolciaria (Garruzzo) per Rosarno; le pasticcerie Scutellà di Delianuova e Lombardi di Polistena. La catena di generosità si è estesa inoltre nell’area bagnarese, col panificio Gramuglia (Pellegrina) e la pasticceria Careri; la cittanovese Molino Anselmo e il panificio Macheda di Varapodio. Da Taurianova invece sono giunte le prelibatezze dell’azienda Dolciaria Reitano e della pasticceria Siclari. La carità “rumorosa” dei ragazzi palmesi è stata sostenuta anche dal Banco Alimentare di Reggio Calabria, Pasticceria Delice, L’arte del pane di d’Agostino, La Golosa Bakery, Royalgar di Manuli, Centro Grafica Print D&D Carta, Bar Saint Honorè di Gioia Tauro e Oscar Bar, Delice’s,  Strappita antico forno a legna, Panetteria Oliveri, Il genio del pane, Bar Sant’Elia, Panificio Barbera, Le meraviglie del grano, Martin’s bar, Kicca’s cakes, il Pastaio di Zappone, Antico forno Nonna Esterina, Bakery Villa Nunzio, Panificio Cambareri, Supermercato Coop, Dolce Peperoncino, Farmacia Galluzzo, Pasticceria Cardone 1946, Unicusano Università Telematica per quanto riguarda Palmi.

Il parroco della “Santa Famiglia”, don Giuseppe Sofrà, ha commentato con soddisfazione la riuscita delle consegne: -“Abbiamo voluto sottolineare l’attenzione ai poveri in primis perché la quaresima invitandoci all’esercizio del digiuno e dell’elemosina ci porta ad offrire le nostre  privazioni ai fratelli che vivono esperienze di povertà. Questa attenzione ai poveri si è resa più evidente per il tempo particolare che stiamo vivendo, che ha fatto emergere una situazione di bisogno dilagante e preoccupante, il che ha spinto gli operatori della Caritas ad attivarsi nel richiedere aiuto”.

La Quaresima di Carità non finisce qui, i gesti di solidarietà parrocchiali proseguono per tutta la Settimana Santa: i fedeli, al termine della messa, possono spontaneamente depositare alimenti di vario genere. Mentre altre aziende come Callipo di Pizzo e Masseria Fornara di Castrovillari continuano a donare.

Un pezzo di pane, che lievita in silenzio e cresce, e si divide per tutti suscitando gioia rumorosa. La carità non può farsi in silenzio, serve rumore, perché nella solitudine assordante, nessuno sia lasciato solo.

Deborah Serratore

Le vittime di ‘ndrangheta – Stelle da riscoprire e far rivivere

Osservando al telescopio, esistono galassie inesplorate dai nomi incomprensibili. Vi è però una costellazione, ben più vicina a noi, ma stranamente dimenticata. Qualche nome distrattamente emerge in qualche discorso istituzionale, ma nei fatti sono stelle offuscate. È per questo che il presidio di Palmi “Libera contro le mafie e la corruzione”, intitolato a Rossella Casini ha voluto, in occasione della 26ma giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia, dare luce a questi universi caduti nell’oblio. La tematica del 2021 si è collegata a Dante e al tema della rinascita, speranza legata anche ai tempi odierni: “A ricordare e riveder le stelle”,  si è dipanata in realtà in un’intensa tre giorni.

Venerdì 19 marzo, all’Istituto Tecnico Agrario di Palmi sono state evocate con forza alcune vittime della Piana, tra cui il consigliere comunale Peppe Valarioti, di cui ha portato il ricordo la nipote, Vanessa Ciurleo. Peppe era un giovane  che voleva cambiare le cose. Per davvero. Intellettuale vicino ai problemi concreti di giovani e contadini – di cui difendeva i diritti – era convinto che la forma mentis della sua terra, Rosarno, potesse mutare. Un’idea che stava diventando realtà: il suo partito, il PCI, aveva vinto le elezioni per il consiglio provinciale e regionale. Quel successo fu un affronto e la punizione non tardò ad arrivare: venne freddato l’11 giugno del 1980, a soli 30 anni.

Il 20 marzo, al Salone della Parrocchia Santa Famiglia sono state disposte sul palco moltissime stelle, ciascuna per ogni vittima di mafia. Nessuna sfilata istituzionale, “solo” un elenco scandito di nomi, di storie che devono continuare a vivere. La manifestazione si è svolta, oltre che nel pieno rispetto delle norme anti Covid – 19, anche in collegamento con Roma, in cui si stava svolgendo, all’Auditorium Parco della Musica, la manifestazione centrale, in cui si è ribadita la centralità dei Nomi delle Vittime rispetto alla solita sfilata dei nomi istituzionali. Per elencare quei Nomi sono stati pensati per ogni presidio italiano, degli spazi di cultura. Anche per questo ha efficacia lo Slogan scelto in omaggio a Dante nei 700 anni dalla morte. La voglia di andare avanti. Sia di Libera che della Cultura. Una Cultura nell’ultimo anno marginalizzata proprio per questo va valorizzata.

La manifestazione romana, in collegamento con tutti i presidi d’Italia, ha avuto come intervento più atteso quello del fondatore e presidente di Libera, don Luigi Ciotti: -“Credo che sia chiaro a tutti che siamo qui non perché ce lo chiede il calendario, ma perché siamo convocati dalla nostra coscienza, il desiderio di quanti si ribellano al male, alla violenza criminale ed economica, alle dittature, alla corruzione, alle ingiustizie, alla povertà, per trovare la forza di ribellarsi. I nostri impegni non reggono più l’urto del tempo: dobbiamo trovare forze comuni che ci permettano di reagire e sanare alle mancanze e ai ritardi che abbiamo toccato con mano, soprattutto nei nostri ultimi tempi. Mettiamo mano alle nostre radici, perché abbiamo bisogno di non perdere la nostra anima. C’è bisogno oggi di uno scatto in più, dobbiamo inondare tutte le nostre realtà di semi di fiducia e di speranza nel futuro, e ci vuole più impegno nel presente. Dobbiamo gridare il bisogno del lavoro, della scuola, della cultura, della giustizia sociale. Abbiamo bisogno di concretezza per dare libertà e dignità a tutte le persone.”

Tornando alla commemorazione palmese, nel pomeriggio del 21 marzo gli attivisti di “Libera” hanno deposto un mazzo di fiori per tutte le vittime innocenti davanti al monumento dedicato al giudice Rosario Livatino. Divenuto sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento a soli 27 anni, assunse questo compito per tutti gli anni ’80, durante i quali lottò per  fronteggiare la stidda, organizzazione alternativa a Cosa Nostra. Scoprì insinuazioni mafiose in tutti i rami istituzionali, in particolare nei giri di appalti tra Regione e imprenditoria locale. Per Livatino però la condanna non aveva uno scopo punitivo, ma correttivo, poiché pensava alla giustizia come carità nei confronti del giudicato, come possibilità di credere nella sua redenzione. Il giudice ragazzino era troppo scomodo: la sua vita dedicata alla legalità venne stroncata in un agguato il 21 settembre del 1990, ma è proseguita col suo straordinario esempio, che lo renderà presto, per i credenti nella fede cattolica, beato.

La tre giorni di Libera a Palmi si è poi conclusa con una santa messa, alla chiesa “Santa Famiglia”, celebrata dal parroco don Giuseppe Sofra’, per tutte le vittime innocenti. Non bisogna però pensare a questi nomi come legati a un passato lontano. Ma come a una memoria che vive. Come ha sostenuto don Ciotti: -“La memoria fa paura alle mafie. Non deve essere ingabbiata nel passato, ma vissuta nel presente. Si sta andando verso una normalizzazione della mafia”.

Sulla stessa linea di pensiero anche l’Avv. Teresa Famà, referente del presidio Libera “Rossella Casini” di Palmi: “Un desiderio  di  memoria delle vittime innocenti che  attraverso l’impegno di tutti diventi stella che illumina il cammino del cambiamento per l’affermazione del bene comune”.

Dentro ogni stella una vita persa, tante lacrime una grande ingiustizia. Questa la frase rappresentativa delle giornate di Libera a Palmi. Ogni stella può però essere esempio e guida per molti, soprattutto giovani. Basta munirsi di un telescopio culturale, per scoprire e conoscere una costellazione di uomini giusti.

Deborah Serratore

Sua maestà la ‘nguta: il dolce più amato della Pasqua in Calabria

In questo nuovo articolo culinario vi presento il dolce tipico calabrese più realizzato nelle nostre case nel periodo pasquale: sua maestà la “nguta”. Anche in questo caso il nome cambia da provincia a provincia ed ecco alcuni nomi utilizzati: sguta, ‘nguta, guta, cuzzùpe, cudduraci, cuddhuri, cucùli, cuccùli, cuiùri. La preparazione bene o male è la stessa, quello che può variare in base alle ricette della zona d’origine è la consistenza ed il lievito usato per l’impasto, infatti, c’è chi usa il lievito madre quello di birra oppure quello in bustina istantaneo. Ovviamente ogni piccola variante può cambiare il prodotto finale che andrete a realizzare. Questo dolce ha origini molto antiche ed ha soprattutto un significato ricco di fede, perché per noi calabresi la “nguta” è soprattutto devozione.
Il significato dal punto di vista cattolico è la resurrezione di Cristo, infatti, questo dolce viene preparato con l’uovo al centro, simbolo di Rinascita e ritorno alla vita. La tradizione calabrese vuole che la sguta sia preparata rigorosamente nel forno a legna appena dopo aver cotto il pane.

Da tradizione si prepara la settimana prima della Pasqua e si consuma durante tutta la Settimana Santa fino al giorno di Pasquetta. La forma tradizionale della “nguta” è la ciambella con l’uovo al centro ma si possono preparare molte forme che richiamano il periodo della Pasqua ad esempio: la forma di una campana o di un cestino con le uova all’interno oppure la colombina. Gli ingredienti principali sono farina, lievito, zucchero, olio, uova, acqua, anice e bucce di agrumi: questi ultimi due possono variare in base alle ricette tradizionali tramandate dalle famiglie.

Passiamo però adesso alla ricetta.

  • 1 kg di farina forte;

  • 200 g di zucchero;

  • Mezzo bicchiere di olio di girasole;
  • 
5 uova intere;

  • Buccia di limone e arancia;

  • 1 cucchiaio di anice;

  • 10 g di lievito di birra;

  • Latte q.b.;

  • Sale un pizzico;
  • Uova per la decorazione: circa 10 (dipende da quanto grandi vengono preparate)

Preparazione:

In una spianatoia mettete la farina e formate un foro al centro, grattugiate le bucce di limone e arancia e mettete dentro il pizzico di sale, dopodiché aggiungete lo zucchero al centro. A questo punto rompete le uova in un recipiente e mischiate con l’anice e l’olio di girasole e amalgamate bene. In un pentolino sciogliete il lievito nel latte senza riscaldare troppo altrimenti rischiate di ucciderlo. Arrivati a questo punto mettete il composto di uova anice e olio al centro della farina e cominciate ad impastare. Aggiungete pian piano il latte con il lievito e cominciate a formare la maglia glutinica dell’impasto, cercate di ottenere un panetto liscio e omogeneo.Quando avete concluso questa operazione lasciate lievitare per almeno 4 ore. Al termine del tempo trascorso rompete il lievito e formate le vostre “ngute” posizionando le uova al centro di ogni ciambellina come più vi aggrada, riponete le forme già nella teglia e lasciate riposare per altre 2 ore; se la temperatura dell’ambiente è bassa anche qualche ora in più può andare bene. Finito il tempo della seconda lievitazione spennellate con un tuorlo d’uovo la superficie delle “ngute” e infornate a 180° per circa 20 minuti: ovviamente il tempo di cottura non può essere lo stesso per tutti, può variare in base al forno, in ogni caso saranno pronte quando saranno ben colorate in superficie.

Per quanto riguarda la cottura delle uova, non preoccupatevi: non vanno cucinate prima, diventeranno sode nel forno.

Francesca Priolo

Storia ed etimologia dei cognomi palmesi

Storia del cognome in Italia

L’imperatore Marco Aurelio, di ritorno da un viaggio in Egitto, nel 176 d.C., scopre l’anagrafe già in uso da molto tempo e la introduce nell’Impero Romano. La legge emanata diceva: “ogni cittadino ha l’obbligo di registrare, entro trenta giorni dalla nascita, i propri figli, in modo che ogni cittadino potrà dare prova documentaria della propria origine territoriale, parentale e temporale”.

L’onomastica latina prevedeva che i nomi maschili tipici contenessero tre nomi propri (tria nomina) praenomen (il nome proprio come intendiamo oggi), nomen (equivalente al nostro cognome che individuava la gens, il cosiddetto “gentilizio”), il cognomen (una sorta di soprannome spesso legato al mestiere, alla provenienza o altro). Talvolta si aggiungeva un “secondo cognomen”, chiamato agnomen.

Esempio: Caio Giulio Cesare e Lucio Cornelio Silla. Gaio e Lucio sono il praenomen, Giulio e Cornelio il nomen, Cesare e Silla il cognomen.

Successivamente per ragioni storiche, militari e amministrative si aggiungeva l’agnomen. Le donne solitamente non usavano il praenomen proprio, ma quello del marito o del padre.

 Con la caduta dell’Impero Romano nel 476 d.C., scomparve l’uso di distinguere le persone per il cognome, e solo intorno all’anno mille fu reintrodotto come privilegio della nobiltà.

In seguito si diffuse anche presso il popolo grazie alla crescita demografica europea tra il sec. XI° e il sec. XII°. Per distinguere gli individui in considerazione delle difficili condizioni di vita dell’età medioevale, molte persone fuggivano dallo status di servo rurale a causa delle imposizioni del feudatario di turno il quale, dopo un anno solare, perdeva il diritto di riportare il “fuggitivo” nel feudo di provenienza.

Quest’ultimo poteva registrarsi nelle corporazioni lavorative di una città fornendo il proprio nome, il luogo di nascita, il lavoro che sapeva svolgere (come fabbro, contadino, manovale etc.), e tramite questi dati aveva origine un nuovo cognome, per esempio: un individuo di nome Giorgio esercitante il mestiere di fabbro, poteva essere soprannominato “Giorgio il Ferraro”,  i suoi figli, a loro volta, avrebbero ereditato dal padre il soprannome e lo avrebbero trasmesso ai propri discendenti, dando vita alla famiglia dei “Ferraro”.

Dopo il Concilio di Trento nel 1564, ai parroci viene imposto l’obbligo di registrare in appositi libri ogni battezzato con il proprio nome e cognome includendo i matrimoni e le morti. I registri erano sottoposti a verifica dai vescovi o loro delegati. Con l’avvento di Napoleone nel 1803, la chiesa perse l’esclusiva di questi registri perché i francesi obbligarono i comuni ad avere un Ufficio Anagrafe.

Nel corso dei secoli un cognome subisce varie trasformazioni e di conseguenza la forma attuale può essere anche notevolmente diversa da quella primitiva. Le cause sono da ricercare negli errori di trascrizione infatti nella stessa famiglia vi erano membri con una o più lettere del cognome diversi essi influiranno sui futuri studi genealogici dei ricercatori.

“Il cognome o nome di famiglia, ha la funzione di distinguere un individuo indicando la sua appartenenza a una delle articolazioni minori (famiglia, gruppo familiare, clan, ecc.) della collettività. Rispetto a questa funzione, il nome (nome individuale o personale o prenome: antroponimo) ha la funzione di identificare un individuo rispetto agli altri. In una prospettiva linguistica nomi e cognomi formano l’antroponimia, parte dell’onomastica, vale a dire la scienza che studia l’origine dei nomi propri.” (Da Enciclopedia Treccani)

Come detto esistono anche cognomi composti da più parole, come due cognomi palmesi: Fraccalvieri/ Fràtel Calvario (era un nome medioevale) o Frate calvo, oppure Buccafusca che dovrebbe derivare da Bocca Affuscata soprannome, oppure il nome medioevale di Pascoperilongo equivaleva essere Pasquale figlio di Pietro Longo.


Cognomi di Palmi

Eccoci arrivati all’argomento più importante: vi siete mai chiesti da dove derivino o cosa significano i vostri cognomi? Si può scoprire, per esempio, il mestiere o la provenienza degli avi, indicando anche patronimici e caratteristiche fisiche e caratteriali.

I cognomi sono una miniera di informazioni dai quali si possono, alle volte, rilevare tracce utili per risalire alle origini del capostipite.

Per questo motivo molti anni fa, ho iniziato ad appassionarmi allo studio del significato dei cognomi, soffermandomi in particolar modo su quelli maggiormente diffusi nella mia città.

Ho stilato un elenco di cognomi cercandone il significato. Per alcuni ci sono più spiegazioni ma sempre contenute e circoscritte.

Quali sono i cognomi più diffusi a Palmi? In ordine di importanza ci sono: Saffioti, Surace, Scarcella, Barbaro, Militano, Gagliostro, Melara, Barone, Ferraro, Militano. Seguono: Albanese, Arena, Calabrò, Cosentino, Foti, Genovese, Greco, Messina, Morabito, Napoli, Parisi, Pugliese, Romeo, Tripodi. I cognomi su cui è stata posta l’attenzione sono 467.

Francesco Saletta


BIBLIOGRAFIA

  • Nella regione dello Stretto sotto l’Impero romano le radici della lingua italiana. Pensabene Giuseppe, Reggio Calabria: AZ, stampa 2003
  • Dallo stretto alla Scozia venti secoli fa. Pensabene Giuseppe – Reggio Calabria: AZ, 2007
  • Cognomi e toponimi in Calabria. Pensabene Giuseppe – Roma: Gangemi, stampa 1987
  • Dizionario dei cognomi italiani. Emidio De Felice, Milano, Mondadori, 1978, 
  • Dizionario etimologico-semantico dei cognomi italiani. Mario Alinei, Francesco Benozzo, (DESCI), Varazze, PM edizioni, 2017.
  • Dizionario etimologico del dialetto calabrese. G.B. Marzano, Laureana di Borrello, tipografia Il Progresso. 1928
  • Antroponimo, in Grande Dizionario di Italiano, Garzanti Linguistica
  • Calabria bizantina. Atti del terzo incontro di studi Bizantini. Autori vari, ed Parallelo 38
  • I cognomi degli italiani. ANCI Associazione Nazionale Comuni Italiani, anno 2003
  • Vocabolario della lingua italiana Zingarelli N. Il nuovo Zingarelli, X edizione, Bologna,1987
  • UTET dizionario storico etimologico
  • Treccani, Enciclopedia dell’Italiano (2011)
  • Thesaurus dei cognomi delle famiglie reggine. Armando Dito, Libreria Ambrosiano 1976 Reggio Calabria
  • Note di antroponimia veneziana medievale , Lorenzo Tomasin, Roma : Salerno Ed., 2000
  • Studi sull’antroponimia genovese medievale / Giulia Petracco Sicardi – Studi genuensi / Istituto internazionale di studi liguri, Sezione di Genova , Nuova serie 2(1984) Genova
  • L’ Italia dei cognomi. L’antroponimia italiana nel quadro mediterraneo. Di: Addobbati, R. Bizzocchi, G. Salinero, Pisa University , Pisa 2012
  • Titolo: Dizionario ragionato dei cognomi italiani, Francipane Michele -2005 BUR ,Milano
  • Vocabolario Greco-calabro italiano della Bovesia, Ferdinando D’Andrea – Iiriti Editore 2003
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, atti civili (nascita, matrimoni, morte)
  • Migliorini, Bruno (1968), Dal nome proprio al nome comune, Firenze, Olschki (rist. anast. dell’ediz. 1927 con un suppl.).

WEBGRAFIA

PS. Il lavoro non ha nessuna pretesa scientifica, questa ricerca vuole semplicemente essere un contributo alla memoria della storia di Palmi e questo interesse spero si allarghi anche ad altri amici.