Le città invisibili

Green Eyed Vincent: L’universo di un poeta

Foto di Luigi Spartaco Iusi

Spesso è difficile entrare nel mondo di un poeta, la sua interiorità non può racchiudersi nei confini di un’intervista. Come indagare “Nell’universo di un numero primo”? Questo il titolo dell’opera prima del giovane scrittore bagnarese Vincenzo Scordo, che ha trovato nella poesia il suo vulcano attivo, da cui far sfociare le sue idee, il suo essere. Traguardi importanti come l’esordio al Salone del Libro di Torino nel 2019, l’ottimo seguito sui canali social, non bastano a definire la personalità poliedrica di “Green Eyed Vincent” (pseudonimo dello stesso Scordo). Non sono sufficienti perché, come scrive l’autore: “siamo numeri accomunati dall’equazione della vita, numeri con pezzi di universo che possono sovrapporsi”. 

Ma osserviamolo più da vicino, il frammento di universo di Vincenzo. 

Foto di Luigi Spartaco Iusi

Cos’è per te essere un numero primo?

Il concetto è che siamo dei numeri sparsi tra le vie di una città con una dimensione interiore rappresentata da un universo. Esiste una precisa similitudine tra la popolazione umana e numerica; nella quotidianità che ci avvolge capita di sentirsi dispersi e inosservati come chi è divisibile per se stesso e per l’unità. Ecco: un numero primo non è altro che il distintivo di una determinata personalità. Un numero che per capirlo bisogna saperlo leggere; un numero misterioso con un universo interiore che desidera una profonda esplorazione. Credo che ognuno di noi si possa considerare un numero primo, sulla base di alcune condizioni che si impone. Ciò è legato al concetto d’insieme: ci si può definire numeri primi all’interno di un qualsiasi contesto fisico ed astratto della vita. 

Nessun poeta trae ispirazione solo da se stesso. Quali poeti del passato sono nel tuo cuore?

Non mi fermerei solamente sulle parole dei poeti. Leggo ed ascolto un po’ di tutto, osservo con attenzione ciò che mi circonda. Spesso è l’interesse per un argomento che mi conduce nel mondo di un autore piuttosto che di un altro. E per tale motivomi capita di apprezzare un autore, magari per una singola opera e non per il resto della sua produzione. Ecco: non saprei elencare con esattezza gli autori che hanno influenzato di più la mia scrittura. Sicuramente, sino ad oggi, Cesare Pavese mi ha offerto molto con le sue opere; hanno contribuito molto anche alcuni grandi autori della mia terra che, ahimè, sono esiliati dalla letteratura nazionale. Considero anche il cantautorato un propellente della mia attività artistica, in quanto oltre a scrivere carezzo le corde di una chitarra. È la forza della musica che, applicata alle parole poetiche, crea strade in cui il pensiero inventa le sue orme. Mi definisco degregoriano, sebbene apprezzi molto Fabrizio De Andrè e il mio conterraneo Rino Gaetano. Credo che il loro contributo artistico fondi le radici su fertili terre di cultura dove scorrono fiumi di poesia.

Vivi a Torino da diversi anni. Come l’ “andare via” dalla Calabria ha arricchito la tua personalità e la tua poetica?

Sì, l’allontanamento dalla mia Terra ha influito in maniera significativa. Mi permetto di rispondere attraverso un pensiero di Pavese: “Città infine, dove sono nato spiritualmente, arrivando da fuori: mia amante e non madre né sorella. E molti altri sono con lei in questo rapporto. Non le può mancare una civiltà, ed io faccio parte di una schiera. Le condizioni ci sono tutte.” Naturalmente la città in questione è Torino e in tali parole, con ottantacinque anni di età, mi ci ritrovo perfettamente. Per completare la risposta credo che occorra specificare ogni canale espressivo della mia attività artistica. In riferimento ai temi legati alla Calabria: la distanza è l’elemento peculiare che ha la forza di mutare il colore dell’inchiostro. Cambia la prospettiva e dal dinamico confronto tra il vissuto –all’interno della scatola- e il fluire del presente –fuori dalla scatola- emergono parte delle risorse spirituali ed intellettuali che lambiscono le pareti del cuore e della mente. Questa specifica evoluzione continuerà nel tempo. Ma credo che abbia una crescita digressiva: i suoi contributi marginali sono sempre più piccoli. È un fuoco che, dopo aver offerto il suo calore, si spegne. 

La raccolta è divisa in cinque sezioni: Seguendo la mia stella, Scatti da una nuvola bianca, Quark d’amore, Disinstallazione di un volto e Al funerale del mio paese. Il tuo percorso all’interno di queste sezioni come si evolve?

Ogni sezione è caratterizzata da un tema ed è collegata alla sua adiacente mediante un filo nascosto, la cui percezione e conseguente interpretazione sono lasciate al lettore. Il percorso che consente di esplorare le cinque sezioni è definito da una struttura matematica resa attiva dai numeri primi. Ecco: a livello macroscopico ho progettato questo libro mettendo in gioco le mie doti ingegneristiche. Il dato di input, ossia il numero delle sezioni, non è casuale; il numero cinque, oltre ad essere “primo”, ha particolare importanza nell’ambito scientifico e nel mio vissuto. L’idea è stata quella di fare in modo che ogni sezione possa contenere una quantità di poesie pari ad un numero primo. Per raggiungere tale obiettivo bisogna scegliere un intervallo numerico. Nel caso specifico–sulla base di alcuni criteri- ho scelto l’intervallo 11-23, che contiene cinque numeri primi (11, 13, 17, 19, 23); essi rappresentano il numero di poesie che ogni sezione -nell’ordine in cui sono state elencate nella domanda- contiene. La somma restituisce un altro numero primo: 83 sono le poesie racchiuse all’interno di questo piccolo universo. Il percorso scandito dai numeri, che conduce da un tema all’altro, assume una precisa importanza anche a ritroso. In modo particolare, ripartendo da un evento di massima tristezza, come un funerale, si può raggiungere un nuovo traguardo dettato dalle leggi del sogno. 

Che ostacoli trova un poeta in una terra bella ma “assalita dal falso” come la Calabria? La cultura può ancora salvare il mondo?

Gli ostacoli sono numerosi. La citazione nella tua domanda è rivolta alla mia Terra, nonché microcosmo della Calabria. “Bagnara inorganica”, poesia contenuta nella sezione “Al funerale del mio paese”, ingloba al suo interno molte disfunzioni del binomio uomo-città che si tramutano, in modo diretto o trasversale, in ostacoli. Il regime falsario –che tinge molte personalità e altrettanti modus operandi- assieme “all’incompetenza cibernetica e macroscopica” rappresentano degli aspetti che negli ultimi anni sono cresciuti in maniera esponenziale, paralizzando svariati settori a discapito di un futuro sempre più incerto. Potrei citare molti esempi, ma credo che in fondo tutti trovino sbocco –per rispondere alla tua domanda- nella cultura. Una donna bella e antica: dimenticata, disprezzata, preferita rispetto a tutto ciò che su questa terra si trova in un punto diametralmente opposto. In questo presente oscuro mi rincuora pensare che ci siano soprattutto dei giovani, che ancora credono nelle potenzialità –in buona parte inespresse- che essa racchiude. Credo che la cultura sia una medicina: una delle poche che potrebbe salvare il mondo. La cultura cura il cuore e la mente, più in generale l’anima. Non sono un medico, non potrei prescriverla. Mi limito a pensare che gli esseri umani -chi più, chi meno- ne abbiano bisogno. Ma sono convinto, in ogni caso, che il termine abuso avrebbe per la sua prima volta un effetto positivo. Sì, per salvare la Calabria e il mondo intero ci vorrebbe un abuso di cultura!

Deborah Serratore

Articoli della stessa rubrica