Antichi Mestieri

Fino a pochi decenni fa esistevano lavori oggi scomparsi e la vita di tanta gente era scandita dalla fatica fisica e dallo sfruttamento dell’ingegno.

Oggi molti mestieri, un tempo importanti e richiesti, sono stati sostituiti dall’idea moderna del “comprare” e non del riparare e conservare ma, in un passato non molto lontano, essi erano legati all’artigianato, all’agricoltura, alla pesca e venivano tramandati da padre in figlio per mezzo del commercio itinerante attraversando i paesi della Piana.

I giovani d’oggi non hanno conosciuto gli arrotini, i carrettieri, la mammana/la mammina; queste figure rappresentano un patrimonio di memorie da ricordare, un “come eravamo” ricco di nostalgia.

“U Caddararu”, foto di Antonio Salerno

Ecco alcuni antichi mestieri

“L’Arrotino”:Donne, donne è arrivato l’arrotino” si sentiva a decine di metri di distanza. Era uno dei quei lavori itineranti lungo le vie dei piccoli paesi. Lui attendeva in piazza o sotto le case e attendeva che le donne gli portassero coltelli e forbici da affilare; riparazioni che venivano effettuate con una mola girata da un pedale.

Bicicletta dell’arrotino, foto presa dal web

“L’aggiusta piatti”: riparava i piatti rotti, i vasi da fiore, le zuppiere e ogni oggetto in ceramica o terracotta. Faceva due buchi ai cocci, li legava insieme con un filo di ferro a mo’ di gancio, infine passava un po’ di colore per coprire la riparazione.

L’Aggiusta piatti, foto presa dal web

“’U Capiddhàru”: urlando diceva: “U Capiddharu passa, cagnàtivi ì capiddhi!”. Le donne facevano capannello attorno all’ambulante e gli consegnavano batuffoli di capelli; in cambio ricevevano denaro o qualche oggetto di uso casalingo.

“Il robivecchi”: vendeva di tutto, dai piatti agli abiti; girava raccogliendo roba vecchia: vestiti malandati, scarpe rotte e dava in cambio qualche piatto o ciotola. Per invitare le donne ad uscire di casa, gridava: “Si pigghia robba vecchia!!!”. Il suo passaggio era molto atteso poiché consentiva alle casalinghe di liberarsi di cose inservibili ricavando qualche oggetto utile. 

” ‘U sapunaru”: girava i paesi barattando il sapone con la cenere prodotta bruciando la legna nei camini. Una saponaia famosa ormai scomparsa era ‘a Santannota (di Sant’Anna).

“‘U Vandiaturi”: la diffusa scolarizzazione con conseguente scomparsa dell’analfabetismo e, soprattutto, l’avvento dei mezzi di comunicazione moderna, hanno determinato la scomparsa di questa figura, tra le più caratteristiche e popolari della tradizione. Accompagnato talvolta dal battito del tamburo, il banditore annunciava le novità importanti. Gli avvisi potevano riguardare anche una comunicazione sanitaria o amministrativa dell’autorità, come ad esempio: “Sentiti, sentiti, sentiti. Lu sindacu manda a diri ca dumani mancherà l’acqua. Fimmini, inchitivi tielli e i buttigghi ca non si sapi quando torna l’acqua!”.

“I cantastorie e i contastorie”: andavano in giro a cantare e declamare “storie” per paesi e città; si fermavano in una piazza, all’angolo di una strada, in un mercato dove c’era tanta gente di passaggio e lì incominciavano a cantare, a suonare, a esibire i cartelloni. I contenuti narrati potevano essere tragici, allegri, dei paladini di Francia e la gente si commuoveva o sorrideva ascoltando le vicende evocate.

“‘U scarparu”: è un mestiere che sta per scomparire ma un tempo era molto richiesto. Si tratta di una vera e propria arte. Il calzolaio realizza scarpe da donna e da uomo, ma la parte più consistente è rappresentata le riparazioni. La bottega del calzolaio era un punto di ritrovo per scambiare quattro chiacchiere.

“‘U furgiaro”: attorno a quest’artigiano c’era sempre un via vai di persone che gli commissionavano lavori. Con incudine, tenaglie, martelli e mazze, il fabbro modellava le barre di ferro incandescenti, realizzando accette, falci, picconi, zappe e mannaie. Il fuoco doveva essere vivo e ininterrotto.

il Maestro Nino Magazzù, mastro forgiaro, da una foto pubblicata da Nino Genovese

“A Lavandara”: moltissime donne, nel dopoguerra, per portare a casa un po’ di soldi, si offrivano a servizio dei signori che potevano permettersi una “lavatrice umana”. Andavano prima presso le famiglie a raccogliere i panni sporchi da lavare e poi si recavano alle vasche lavandare (a Palmi si trovavano al Rione Mauro o in Contrada Acqualive oppure nel cosiddetto “Vaddhuni”, un lungo avvallamento nel quale scorreva un fiumiciattolo proveniente da sant’Elia). Dopo aver finito di lavare, i panni venivano stesi sull’erba ad asciugare. I ferri del mestiere erano la cenere del camino, l’acqua del torrente e tanto “olio di gomito” per strofinarli e sbatterli sulle pietre. Spesso era necessario far bollire la biancheria sporca ed a questo proposito venivano preparate le “caddhare” per i capi più grandi, in questo modo si otteneva la sterilizzazione del bucato.

“A Maistra Sarta”: questa categoria suscitava ammirazione, interesse e rispetto ed era un mestiere molto ambito. Le “Madame” erano esperte nel cucito ed avevano accanto tante ragazze che aspiravano a diventare sarte. Le “Maistre” cucivano su misura ed era un vanto per loro creare soprattutto gli abiti da sposa.

Maestra sarta Catalano Carmela nel rione Galipsi assieme alle “discepole”, da una foto pubblicata da Simona De Francia

“A tessitrici”: grazie alla sua bravura, dava consistenza di tessuto alla canapa con la quale veniva realizzata la maggior parte degli indumenti o dei tappeti lavorati ma, soprattutto, il “tocco di tela”, un tessuto lungo vari metri e avvolto su se stesso, da cui venivano tagliati i pezzi del corredo della sposa: lenzuola, tovaglie da tavola, asciugamani etc…

“’U Sferracavaddhu”: era anche un veterinario alla bisogna per la sua esperienza, oltre che maestro di fucina, ferrava cavalli, muli, asini. Sostituiva gli zoccoli degli animali con un lavoro lungo e meticoloso.

“Lo Scalpellino”: questo artigiano aveva finezza e destrezza particolare con lo scalpello, infatti estraeva la pietra per farne macine, colonne delle chiese, per la pavimentazione di strade e piazze. Palmi è stata pavimentata così. Si ricordano due fratelli scalpellini molto bravi: Giuseppe e Pasquale Grasso di Palmi.

I Fratelli Grasso, scalpellini in piazza Libertà, da una foto del libro “Palmi immagini del passato” di Bruno Zappone

“L’umbrillaru”: aveva una bottega dove aggiustava di tutto ma soprattutto ombrelli; aveva un’attrezzatura costituita da pinze, filo di ferro, stecche di ricambi, pezzi di stoffe, aghi, filo, spaghi etc. Oggi questo mestiere può sembrare assurdo però, era ancora in auge fino agli anni sessanta-settanta, quando la mentalità del tempo tendeva a non buttare via nulla che potesse ancora servire.

“’U caddhararu”: lavorava il rame delle casseruole, dei secchi e delle “caddare“. Fabbricava pentole, caldaie e altri oggetti di metallo. Quando una “caddara” si sfondava o si ammaccava, “U caddhararu” interveniva per rimetterla a nuovo. All’interno delle “caddare“, stendeva sulla superficie rendendola liscia ed uniforme, con una matassa di canapa strofinata.

“‘U sensali”: era il mestiere che oggi potremmo definire del mediatore, egli o ella godeva di considerazione e rispetto: combinava fidanzamenti e matrimoni, proponeva terreni e case o vendite di prodotti agricoli e riappacificava famiglie.

A Mammana/ ‘A Mammina”: aveva un ruolo molto importante: svolgeva tutte le mansioni dell’attuale ostetrica. Fino agli anni Sessanta le donne non venivano ricoverate negli ospedali o nelle cliniche ma partorivano in casa, aiutate appunto dalla mammana/mammina, chiamata anche levatrice. A lei spettava il compito di visitare le donne gravide e di farle partorire. Solitamente era una vera e propria istituzione, una donna a cui affidare se stesse e la vita dei propri figli; talvolta aveva un ruolo di consigliera. Con l’avvento della nuova figura professionale dell’ostetrica questo mestiere è scomparso, conservando però il ricordo di queste donne persone stimate, rispettate e molto vicine ai problemi e alle gioie del mondo femminile di un tempo.

“‘A Mammana- ‘A Mammina” (la levatrice degli anni ’50) Angela Fazzari in Surace, da una foto del figlio Giovanni Surace

Dovremmo fare il possibile affinché questi antichi mestieri rimangano nei nostri ricordi per poterli tramandare alle future generazioni. Palmi e il circondario godevano di artigiani senza dubbio tra i più bravi ed apprezzati nella Piana. Ormai il mondo corre ad altissima velocità e oggi sono i nipoti che insegnano ai nonni l’utilizzo delle nuove tecnologie e tutto ciò sta distruggendo in modo rapido le memorie del passato.

Francesco Saletta

Genesi dello stemma comunale di Palmi

Un primitivo emblema della Città di Palmi venne già “ufficializzato” a partire dal XVII secolo.

Lo stemma, molto scarno e semplice, raffigurava una palma stilizzata sormontata da una corona (sul modello della fig.1).

Nella Palmi ottocentesca diversi stemmi comunali (in marmo), vennero collocati sugli edifici pubblici e non solo. Ad esempio, uno di essi capeggiava sull’antica Fontana della Palma sin dalla metà del 1600 insieme agli stemmi della famiglia Concublet. Un altro ancora era presente sulla facciata del vecchio municipio, mentre un altro si trovava sul prospetto della fontana della Murarella.

Nel corso del tempo lo stemma comunale venne arricchito da ulteriori elementi simbolici per la storia cittadina.

Lo stemma attuale (quello a destra fig.2) venne adottato e riconosciuto a partire dalla data del 9 marzo 1939 con decreto del Presidente del Consiglio dell’epoca (Benito Mussolini).

Ecco la descrizione attraverso lo Statuto Comunale (art.4 c. 2):

“𝘓𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘮𝘮𝘢 𝘳𝘢𝘧𝘧𝘪𝘨𝘶𝘳𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘪𝘯 𝘤𝘢𝘮𝘱𝘰 𝘢𝘻𝘻𝘶𝘳𝘳𝘰, 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘳𝘮𝘰𝘯𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘳𝘰𝘯𝘢 𝘮𝘢𝘳𝘤𝘩𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘦𝘥 𝘦̀ 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘰𝘳𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘣𝘢𝘯𝘥𝘪𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘢𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢𝘵𝘦 𝘢𝘪 𝘱𝘪𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘣𝘢𝘳𝘣𝘢𝘳𝘦𝘴𝘤𝘩𝘪. 𝘈𝘭𝘭𝘢 𝘣𝘢𝘴𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘪 𝘥𝘶𝘦 𝘤𝘢𝘯𝘯𝘰𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘊𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘵𝘢 𝘦 𝘮𝘶𝘯𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘮𝘶𝘳𝘢 𝘦, 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦, 𝘢 𝘴𝘪𝘯𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢, 𝘦̀ 𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘧𝘢𝘴𝘤𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘷𝘦𝘳𝘨𝘩𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪𝘮𝘣𝘰𝘭𝘦𝘨𝘨𝘪𝘢 𝘭’𝘶𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘰 𝘢 𝘥𝘪𝘧𝘦𝘴𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢̀, 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘰, 𝘥𝘪𝘴𝘦𝘨𝘯𝘢𝘵𝘢 𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢, 𝘳𝘢𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘭’𝘶𝘤𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘤𝘢𝘱𝘰 𝘤𝘰𝘳𝘴𝘢𝘳𝘰 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘶𝘵𝘢 𝘥𝘶𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘪𝘯𝘤𝘶𝘳𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘶𝘣𝘪𝘵𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢𝘥𝘪𝘯𝘢”.

Domenico De Luca

Storia ed etimologia dei cognomi palmesi

Storia del cognome in Italia

L’imperatore Marco Aurelio, di ritorno da un viaggio in Egitto, nel 176 d.C., scopre l’anagrafe già in uso da molto tempo e la introduce nell’Impero Romano. La legge emanata diceva: “ogni cittadino ha l’obbligo di registrare, entro trenta giorni dalla nascita, i propri figli, in modo che ogni cittadino potrà dare prova documentaria della propria origine territoriale, parentale e temporale”.

L’onomastica latina prevedeva che i nomi maschili tipici contenessero tre nomi propri (tria nomina) praenomen (il nome proprio come intendiamo oggi), nomen (equivalente al nostro cognome che individuava la gens, il cosiddetto “gentilizio”), il cognomen (una sorta di soprannome spesso legato al mestiere, alla provenienza o altro). Talvolta si aggiungeva un “secondo cognomen”, chiamato agnomen.

Esempio: Caio Giulio Cesare e Lucio Cornelio Silla. Gaio e Lucio sono il praenomen, Giulio e Cornelio il nomen, Cesare e Silla il cognomen.

Successivamente per ragioni storiche, militari e amministrative si aggiungeva l’agnomen. Le donne solitamente non usavano il praenomen proprio, ma quello del marito o del padre.

 Con la caduta dell’Impero Romano nel 476 d.C., scomparve l’uso di distinguere le persone per il cognome, e solo intorno all’anno mille fu reintrodotto come privilegio della nobiltà.

In seguito si diffuse anche presso il popolo grazie alla crescita demografica europea tra il sec. XI° e il sec. XII°. Per distinguere gli individui in considerazione delle difficili condizioni di vita dell’età medioevale, molte persone fuggivano dallo status di servo rurale a causa delle imposizioni del feudatario di turno il quale, dopo un anno solare, perdeva il diritto di riportare il “fuggitivo” nel feudo di provenienza.

Quest’ultimo poteva registrarsi nelle corporazioni lavorative di una città fornendo il proprio nome, il luogo di nascita, il lavoro che sapeva svolgere (come fabbro, contadino, manovale etc.), e tramite questi dati aveva origine un nuovo cognome, per esempio: un individuo di nome Giorgio esercitante il mestiere di fabbro, poteva essere soprannominato “Giorgio il Ferraro”,  i suoi figli, a loro volta, avrebbero ereditato dal padre il soprannome e lo avrebbero trasmesso ai propri discendenti, dando vita alla famiglia dei “Ferraro”.

Dopo il Concilio di Trento nel 1564, ai parroci viene imposto l’obbligo di registrare in appositi libri ogni battezzato con il proprio nome e cognome includendo i matrimoni e le morti. I registri erano sottoposti a verifica dai vescovi o loro delegati. Con l’avvento di Napoleone nel 1803, la chiesa perse l’esclusiva di questi registri perché i francesi obbligarono i comuni ad avere un Ufficio Anagrafe.

Nel corso dei secoli un cognome subisce varie trasformazioni e di conseguenza la forma attuale può essere anche notevolmente diversa da quella primitiva. Le cause sono da ricercare negli errori di trascrizione infatti nella stessa famiglia vi erano membri con una o più lettere del cognome diversi essi influiranno sui futuri studi genealogici dei ricercatori.

“Il cognome o nome di famiglia, ha la funzione di distinguere un individuo indicando la sua appartenenza a una delle articolazioni minori (famiglia, gruppo familiare, clan, ecc.) della collettività. Rispetto a questa funzione, il nome (nome individuale o personale o prenome: antroponimo) ha la funzione di identificare un individuo rispetto agli altri. In una prospettiva linguistica nomi e cognomi formano l’antroponimia, parte dell’onomastica, vale a dire la scienza che studia l’origine dei nomi propri.” (Da Enciclopedia Treccani)

Come detto esistono anche cognomi composti da più parole, come due cognomi palmesi: Fraccalvieri/ Fràtel Calvario (era un nome medioevale) o Frate calvo, oppure Buccafusca che dovrebbe derivare da Bocca Affuscata soprannome, oppure il nome medioevale di Pascoperilongo equivaleva essere Pasquale figlio di Pietro Longo.


Cognomi di Palmi

Eccoci arrivati all’argomento più importante: vi siete mai chiesti da dove derivino o cosa significano i vostri cognomi? Si può scoprire, per esempio, il mestiere o la provenienza degli avi, indicando anche patronimici e caratteristiche fisiche e caratteriali.

I cognomi sono una miniera di informazioni dai quali si possono, alle volte, rilevare tracce utili per risalire alle origini del capostipite.

Per questo motivo molti anni fa, ho iniziato ad appassionarmi allo studio del significato dei cognomi, soffermandomi in particolar modo su quelli maggiormente diffusi nella mia città.

Ho stilato un elenco di cognomi cercandone il significato. Per alcuni ci sono più spiegazioni ma sempre contenute e circoscritte.

Quali sono i cognomi più diffusi a Palmi? In ordine di importanza ci sono: Saffioti, Surace, Scarcella, Barbaro, Militano, Gagliostro, Melara, Barone, Ferraro, Militano. Seguono: Albanese, Arena, Calabrò, Cosentino, Foti, Genovese, Greco, Messina, Morabito, Napoli, Parisi, Pugliese, Romeo, Tripodi. I cognomi su cui è stata posta l’attenzione sono 467.

Francesco Saletta


BIBLIOGRAFIA

  • Nella regione dello Stretto sotto l’Impero romano le radici della lingua italiana. Pensabene Giuseppe, Reggio Calabria: AZ, stampa 2003
  • Dallo stretto alla Scozia venti secoli fa. Pensabene Giuseppe – Reggio Calabria: AZ, 2007
  • Cognomi e toponimi in Calabria. Pensabene Giuseppe – Roma: Gangemi, stampa 1987
  • Dizionario dei cognomi italiani. Emidio De Felice, Milano, Mondadori, 1978, 
  • Dizionario etimologico-semantico dei cognomi italiani. Mario Alinei, Francesco Benozzo, (DESCI), Varazze, PM edizioni, 2017.
  • Dizionario etimologico del dialetto calabrese. G.B. Marzano, Laureana di Borrello, tipografia Il Progresso. 1928
  • Antroponimo, in Grande Dizionario di Italiano, Garzanti Linguistica
  • Calabria bizantina. Atti del terzo incontro di studi Bizantini. Autori vari, ed Parallelo 38
  • I cognomi degli italiani. ANCI Associazione Nazionale Comuni Italiani, anno 2003
  • Vocabolario della lingua italiana Zingarelli N. Il nuovo Zingarelli, X edizione, Bologna,1987
  • UTET dizionario storico etimologico
  • Treccani, Enciclopedia dell’Italiano (2011)
  • Thesaurus dei cognomi delle famiglie reggine. Armando Dito, Libreria Ambrosiano 1976 Reggio Calabria
  • Note di antroponimia veneziana medievale , Lorenzo Tomasin, Roma : Salerno Ed., 2000
  • Studi sull’antroponimia genovese medievale / Giulia Petracco Sicardi – Studi genuensi / Istituto internazionale di studi liguri, Sezione di Genova , Nuova serie 2(1984) Genova
  • L’ Italia dei cognomi. L’antroponimia italiana nel quadro mediterraneo. Di: Addobbati, R. Bizzocchi, G. Salinero, Pisa University , Pisa 2012
  • Titolo: Dizionario ragionato dei cognomi italiani, Francipane Michele -2005 BUR ,Milano
  • Vocabolario Greco-calabro italiano della Bovesia, Ferdinando D’Andrea – Iiriti Editore 2003
  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, atti civili (nascita, matrimoni, morte)
  • Migliorini, Bruno (1968), Dal nome proprio al nome comune, Firenze, Olschki (rist. anast. dell’ediz. 1927 con un suppl.).

WEBGRAFIA

PS. Il lavoro non ha nessuna pretesa scientifica, questa ricerca vuole semplicemente essere un contributo alla memoria della storia di Palmi e questo interesse spero si allarghi anche ad altri amici.

Venezia, San Fantin cercasi – Racconto semiserio di una ricerca paleografica

Ingresso dell’Archivio di Stato di Venezia ai Frari

Venezia – Un mattino del 1996

Forse è più facile accendere un mutuo, che accedere a una nota biblioteca/archivio della Serenissima in cui mi recai per delle ricerche. A un certo punto mi trovai davanti ad una bibliotecaria dall’aria interrogativa: -“Salve, avete documenti sulla Chiesa di San Fantin?”, esordii. “Si certo dovrebbe far richiesta in quei moduli, firmare questi altri moduli, fare la foto segnaletica, mettere lo zaino nell’armadietto, firmare qui, su, giù a doppia copia a tripla copia… Non si possono far fotografie, metta via quei due chili di pane! Là nell’angolo, se ha bisogno, c’è la macchina per il caffé che non le consiglio…” disse.

“Non si possono fare fotocopie, è vietato scrivere sui libri, o sui tavoli e sono proibiti i prestiti viste le condizioni dei documenti (ai quali, tra l’altro non avevo avuto ancora accesso), se ha bisogno ci sono postazioni con computer, il servizio con essi non costa un tot, ma tre tot!” esclamò.

“Ha bisogno di scendere in dettagli su qualcosa?”

“…Eh signora, magari potrei scendere in archivio con lei per cercare i libri!” Mi sarebbe piaciuto dirle con occhi psichedelici, ma per evitare che mi fulminasse lei attraverso gli occhialoni, preferii fare meno lo sfacciato e le mostrai un elenco di libri rari e meno rari.

La bibliotecaria (con sicuramente discendenze prussiane o austriache) scomparve quindi nei meandri scuri della biblioteca. Riapparì dopo pochi minuti in mano aveva un libro del 1970 circa e due contenitori rotondi in pelle bruna cuciti con pelle di mammouth prima della loro estinzione, lunghi circa 20 x 5 cm.

“Le do, per adesso, alcuni documenti ed un libro. Se ha bisogno di una lente d’ingrandimento non ha che da chiederla, è gratis.”, dichiarò l’occhialuta.

La guardai interrogativo, come per dirle: “Ma che perdindirindina mi consegna?”. E lei indovinando il mio pensiero da dietro gli occhiali, mi disse con l’aria di chi ha tanta pazienza: ”Sono due documenti antichi! Li tratti bene per favore!”. “Obbedisco”, dissi poco convinto, con l’aria di chi voleva scappare”. E firmai, per l’ennesima volta in 20 minuti, con il mio nome firmai e il mio nome era Pecos Bill”, prendendo in prestito una strofa di una canzone di De Gregori…

Così mi avviai con il mio fagottello verso uno stanzone enorme dove vi erano studenti, ricercatori e studiosi seduti in tavoli antichi intarsiati dentro la quale il santo silenzio era rotto dal ticchettio dei portatili anni ’90 e dallo sfoglio di libroni medievali. Passando notai un signore con i capelli bianchi assorto nella lettura di un paginone istoriato scritto in non so quale lingua antica, ma doveva essere là da parecchio tempo dato che vi era una ragnatela tra la crapa pelata (addobbata da basette fine ‘800) ed il tavolo.

Sedutomi in una postazione libera dove vi era un graffito di Gutenberg, almeno così mi era sembrato, cominciai a mettere sul tavolo notes, penna e calamaio, quindi incominciai a sfogliare il libro del 1970 sull’architetto che nel XVI° sec. risistemò la chiesa e la piazzetta antistante. Messo da parte il libro cominciai ad aprire i due astucci e in quel silenzio, all’improvviso, si udì un:” Ohhh!” di meraviglia. Era il mio perché mi comparvero nelle mani due pergamene arrotolate!

Nei mesi precedenti il 1996 avevo fatto a Padova un corso di Paleografia, tenuto da docenti ex insegnanti in pensione e non, i quali oltre a tenere quelle lezioni, erano dei ricercatori veri e propri, e riversavano con amore e professionalità le loro conoscenze a noi allievi, invitandoci nei momenti liberi a seguirli nelle loro ricerche in giro per monti e per valli degli archivi del Veneto. Allievi, per così dire. C’erano, oltre me, 50 persone tra docenti di italiano, latino, lettere antiche, storia antica e medievale, filologi, scrittori e scrittrici, studiosi. Nessuno che avesse, ad esempio, solo un diploma di agraria…

Mi ritrovai nelle mani queste due pergamene, le quali effettivamente erano delicatissime anche se erano state trattate chimicamente per preservarle dai batteri e dal tempo. Era come avere un neonato in braccio, cullarlo ed aver paura di fargli male con le nostre grandi mani e i nostri modi rozzi e duri.

Una grande emozione si impadronì della mia mente, infatti durante quel corso fatto a Padova avevamo compiuto esercitazioni su non so quante fotocopie di pergamene notarili del X – XI secolo aspettando il momento di avere in mano una pergamena autentica ed essere così iniziati a curare e proteggere le memorie storiche.

 

Frate Paolino Minorita, Pianta di Venezia, 1346
Disegno della chiesa di San Fantino a Venezia” a volo d’uccello” di Jacopo de Barbari nel 1500

Forse quell’emozione è la stessa che i ricercatori di tutto il globo terracqueo provano, dopo aver trovato delle antiche testimonianze. Perciò avvolto da questa scossa interiore svolsi lentamente la prima pergamena di colore giallognolo, lessi la data scritta a mano con una grafia fine con poche sbavature d’inchiostro anche se con alcune macchie di vecchiaia, in un latino chiaro e comprensibile (tradurlo è stata una botta di cu… Fortuna incredibile, probabilmente con un altri documenti non sarei riuscito), e tradussi: “…anno domini 1235 indictione tercia…” (anno dello stato veneziano 1235, anno calabrese e dei vari Stati dello Stivale 1236. Infatti il Dogato Veneziano contava gli anni dal 25 marzo anziché dal 1° gennaio).

Pensai di aver trovato la storia della fondazione della Chiesa, o del teatro di comedia de San Fantin o la commissione per un’antica statua in legno distrutta da un incendio (e dal 1750 statua in marmo) di “San Fantin il calavrese di Tauriana” come è chiamato dagli autori veneziani nel loro tipico dialetto.

Statua di San Fantino, 1750. Altare della chiesa di San Fantin, Venezia.
Copia di un’altra statua in legno più antica bruciata in un incendio.

Invece non era quel che credevo, erano “solo” donazioni che due signori facevano alla Chiesa di San Fantin nel 1235 e nel 1250, con la firma, purtroppo per me illeggibile, di un notar de Vinegia con bellissimi Signus Notaris all’inizio e alla fine del documento.

Nel corso di paleografia il nostro insegnante, un ottantacinquenne padovano alto, con due ciglia bianche e folte, un bastone da passeggio ed una voce solenne, di chi sapeva ciò che diceva (ed una bellissima figlia che lo veniva a prendere dopo le lezioni), ripeteva sempre a fine giornata, a noi  novelli ricercatori, ed ai ”povari chiantapipi” con il solo diploma di agraria come me, un passo di Orazio: “Quandoque bonus dormitat Homerus”, e di suo: “Numquam bonus paleographus dormitat”e cioè: “Ogni tanto il buon Omero dorme” – “Giammai il buon paleografo dorme”.

Francesco Saletta

I segreti di Contrada Acqualive – Posti nascosti e dettagli della storia palmese

Questo nuovo articolo di storia locale riassumerà in maniera semplice ed esplicativa alcuni luoghi simbolo della storia palmese presenti fra Contrada Acqualive, il rione Palmara e il pianoro denominato “Torre”. Per i meno accorti contrada Acqualive (nota anche come Acqua degli Ulivi/Acqua Ulive) è una zona di Palmi corrispondente territorialmente al vallone che la fiumara Sambiceli attraversa per sfociare presso la spiaggia della Marinella. La contrada è localizzata infatti fra il quartiere Cittadella e la stessa spiaggia della Marinella e comprende formalmente anche il rione Palmara e il pianoro “Torre”.

Ed ecco alcuni punti storici degni di nota:

LA CROCE DEI MORTI

A Palmi, in zona Acqualive/rione Palmara, trova posto un’edicola votiva dedicata alla Madonna del Carmine e alle Anime del Purgatorio.

L’ immagine si trova in tale luogo a perenne memoria dell’eccidio compiuto dai marinai palmesi contro i pirati turchi nel XVI secolo, nel quale secondo la tradizione palmese venne decapitato il famoso pirata Dragut (sebbene sia storicamente noto che il vero Dragut morì a Malta nel 1565). Secondo gli antichi fu proprio l’intercessione della Madonna del Carmine ad evitare che i corsari turchi raggiungessero la Cittadella per distruggerla.

Il dipinto nella piccola edicola è del pittore A. Cicala, ma il quadro originale si trova presso una famiglia di Palmi.

LA PIETRA DEL DRAGO

Secondo la tradizione, questa pietra in località Acqualive, ha un significato storico ben profondo. È infatti in questo luogo che la storia locale, vuole si avvenuta la decapitazione del corsaro Dragut Rais a opera degli abitanti di Palmi. Leggenda narra, che nel corso del XVI secolo durante una delle numerose incursioni piratesche lungo il litorale della Costa Viola alcuni soldati turchi sbarcarono presso la Marinella di Palmi. Quest’ultimi, oppressi dal calore estivo, si accamparono in zona Acqualive per dissetarsi. Qui vennero assaliti dai cittadini di Palmi, che riuscirono così a impedire l’attacco alla loro città. Il capo dei corsari, identificato nella figura storica di Dragut, essendo gravemente ferito, venne ucciso con decapitazione presso una grande pietra che ivi si trovava in quel luogo. La testa venne infine portata trionfalmente per le vie cittadine. Qui il mito si intreccia con la storia. È infatti ormai noto che il vero Dragut, non morì a Palmi, ma bensì durante l’assedio di Malta nell’anno 1565 ferito da una scheggia di pietra ed è quindi probabile che l’individuo ucciso a Palmi (secondo tradizione) fosse in realtà un altro corsaro.

LA VALLE DEGLI OPIFICI

All’inizio del secolo scorso, la zona dell’Acqualive, e di conseguenza anche la sottostante spiaggia della Marinella era fortemente caratterizzata della presenza di diversi mulini ad acqua e trappeti. Bisogna ricordare, che in questo luogo si trovava il passaggio della “via del sale”, crocevia del commercio fra la zona costiera di Palmi e la città di Seminara. La forza sfruttata per muovere le grandi macine dei mulini, era naturalmente quella dell’acqua proveniente dal vicino torrente Sambiceli. Secondo fonti storiche, la costruzione di queste strutture ha origine fra il dodicesimo e il tredicesimo secolo. I resti delle imponenti opere murarie sono ancora oggi ben visibili e fra essi si segnala la presenza di un mulino datato 1599. Un mulino in particolare è ancora ben visibile lungo la strada che conduce alla spiaggia della Marinella. Il sistema utilizzato per far confluire l’acqua del Sambiceliall’interno del mulino in questione prevedeva il drenaggio dell’acqua a monte (zona Acqualive) attraverso un’opera di presa. L’acqua successivamente entrava in due grandi vasche d’accumulo. Tramite delle condotte la stessa scendeva in discesa verso la Marinella, dove si trovava un pozzo piezometrico e di carico o “saitta” (ancora oggi esistente), che riversa a cascata e con forza l’acqua su una ruota motrice per azionare le macine in granito. Terminata la sua funzione, l’acqua, riconfluiva all’interno del Sambiceli e dunque direttamente verso il mare.

Resti del pozzo piezometrico “saitta” presso la Marinella di Palmi.
Schema del funzionamento interno della macina.
Schema verosimile del sistema utilizzato anche presso la Marinella di Palmi.

LA TORRE DI SAN FRANCESCO

La torre di San Francesco, sorgeva in località torre a pochi passi dalla Croce dei Morti di località Acqualive, sulla strada conducente alla Marinella/stazione ferroviaria, al posto dell’omonimo belvedere ricavato dal diroccamento della stessa alla fine dell’800. L’anno di costruzione della torre è il medesimo della fortificazione della città di Palma, per volere del duca Carlo Spinelli: il 1565. Le dimensioni e le caratteristiche della torre erano simili a quella di Pietrenere, con una circonferenza di 22 metri e un’altezza di 15 metri. Adibita nei secoli successivi come postazione telegrafica, di questa importante struttura per la storia palmese, oggi non rimane assolutamente più nulla se non il nome della località che ne ricorda l’esistenza, ma ne approfondiremo meglio le caratteristiche successivamente, in un articolo dedicato.

Disegno del viaggiatore Edward Cheney, anno 1823, custodito presso la biblioteca regionale calabrese di Soriano Calabro.

 

Domenico De Luca

Nomi dal passato – A caccia di toponimi palmesi

Storia della Toponomastica

Le prime ricerche sistematiche risalgono al sec. XIX in Italia. Il promotore della toponomastica fu Giovanni Flechia (1811-1892), il quale pubblicò a Torino nel 1871 il suo libro: “Di alcune forme de’ nomi locali dell’Italia Superiore. Dissertazione linguistica”. L’obiettivo era di ricostruire i significati originali di alcuni nomi locali dell’Italia settentrionale: in Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia e Toscana. In moltissimi di quei paesi ricorrono frequentemente nomi topografici che terminano in: –asco (come Godiasco) –usco, –osco, -assi (come Vendemmiassi) o che iniziano con bar- (come Barostro, che significa “altezza”) etc.

Prima del 1871, quando non si poteva ancora parlare di una vera disciplina toponomastica, le ricerche sui toponimi erano condotte da storici e geografi, ma i loro metodi erano individuali e non si poteva parlare di un vero metodo scientifico.

Il termine toponomastica deriva dal greco tópos (luogo) e ónoma (nome). I toponimi riguardano anche elementi che non sono visibili, ma che fanno parte dei sistemi identitari di una società come i nomi delle regioni e degli Stati.

Il susseguirsi delle colonizzazioni nell’Italia antica ha lasciato tracce in numerosi nomi di città: trasparente è l’origine greca di Napoli (Neápolis, “città nuova”), messapico è il nome di Brindisi (Brentésion da bréntion, “testa di cervo”, per la forma del porto). Molti toponimi romani sono legati a nomi di persona, come Aosta (Augusta Praetoria) e Forlì (Forum Livii). Alcuni toponimi hanno conservato le antiche desinenze: Rimini deriva dal latino Arimini locativo di Ariminume, sempre da nomi personali col suffisso -anum si sono formati numerosi altri nomi di luogo.

Una parte dei toponimi italiani riflette il passaggio degli Ostrogoti, alcuni toponimi in -engo, per esempio Marengo (la forma più antica è Malarengo, dal nome gotico Malaharjis); di quella dei Longobardi sono testimoni i numerosi toponimi formati con Fara (Fara Sabina, Fara d’Adda…), termine indicante il nucleo familiare che stava alla base dell’ordinamento sociale longobardo. Alla dominazione araba in Sicilia risalgono toponimi come ad esempio Caltagirone da qalʽatalgīrān, ovvero “Castello delle Grotte” oppure il Mongibello (l’Etna) dal latino mons “monte” e dall’arabo Jabal an-Nār “montagna di fuoco”.

I toponimi possono riflettere particolarità geomorfologiche del terreno, vicende storiche e culturali che hanno influenzato l’ambiente geografico: come ad esempio: Taormina (l’antica Tauromenio che presenta la base mediterranea tauro “monte”).

L’arrivo dei coloni greci e successivamente la lingua latina, la grecobizantina, hanno trasformato totalmente la toponomastica, il modo di parlare, la religione, gli usi e i costumi a scapito dell’antica popolazione bruzia.

E la lingua greca ha dato il nome, nelle desinenze a moltissimi luoghi, solo per fare un esempio i toponimi terminanti in -ara, -aro, -aria, -aio, -aia (Arangiàra, Granatari, Praia); quelli in -ica, -ire, -ria, (Vitica, Conserìa, Zòire); in -aci, -ici, -uci, (Arcudàci, Furnàci, Petràci, Elici, Salìci).

 

Il toponimo è il nome di un luogo appunto, che ha avuto, in un determinato momento della sua storia, un episodio associato ad una famiglia, ad un’attività che vi si svolgeva in una strada (”a Strata da Concia” o “a Pescheria” attuale via Mancuso), all’attività di una chiesa/convento/eremo o ad un luogo di campagna.

Platea Nuncupata (nella strada denominata) è l’espressione che si scriveva accanto a un documento di battesimo o di morte nel 1600 nei registri ecclesiastici, oppure in loco ubi dicitur  (nel luogo chiamato) nell’atto di un notaio, espressione che era usata accompagnare l’indicazione di un luogo e come tale è presa a segno di questa storia della toponomastica che parte da lontano e che traccia tante vicende dei luoghi di Palmi.

 

I toponimi possono essere classificati in:

  • antroponimi, se riferiti ai nomi propri;
  • poleonimi, se riferiti a centri abitati;
  • coronimi, se riferiti a porzioni ampie di territorio;
  • fitonimi, se riferiti a nomi di piante;
  • zoonimi, se riferiti a nomi di animali;
  • idronimi, se se riferiti, a corsi d’acqua;
  • limnonimi, se riferiti, a laghi;
  • oronimi, se riferiti a rilievi montuosi;
  • agiotoponomastici, se riferiti a nomi di luoghi sacri.

La toponomastica sacra o agiotoponomastica, è lo studio in cui figura un nome di un santo o di una santa nella storia locale anche di piccole comunità, da quando la fede cristiana incominciava a diffondersi verso il III-IV sec d.C. All’inizio questi toponimi erano accompagnati dalle forme sanctus o sancta e domnus o domna. Però alcuni paesi hanno una radice ancora più antica come Joppolo, da Jove Polis ovvero città di Giove.

A livello locale abbiamo moltissimi esempi di agiotoponomastica: Paparone deriva da un’antichissima chiesa del Papas Aronne, Santa Maria prende il nome dall’ex convento femminile risalente al sec XIII, come anche San Leonardo, San Filippo, San Mercurio, Sangianni e, Sanbiceli, Sant’Elia, San Leo, San Fantino ecc.

 

I toponimi e Palmi, storia di una comunità.

Quando Palmi era ancora un borgo agricolo e di pescatori, le strade erano concentrate intorno ai grandi palazzi, alle piccole chiese e piazzette; per il resto c’erano solo vasti campi coltivati e boschi di alberi da frutto proprietà degli Spinelli di Seminara.

Nel XVII sec. La città Palmi era ancora circondata da mura e sotto la signoria del marchese di Arena Andrea Concublet e grazie al commercio continuò ad aumentare di popolazione. Trovandosi in uno spazio troppo angusto, una parte di essa ebbe il permesso di edificare le proprie abitazioni al di fuori delle mura. Fu lateralmente alle due porte di levante e nei luoghi vicini ad esse che l’abitato prese a estendersi. Per questo, sotto l’assenso del feudatario, questa parte delle mura di cinta fu diroccata, e da qui la città si estese notevolmente, tanto che in breve tempo si formarono i rioni Lo Salvatore, Li Canali e San Nicola.

I nomi dei rioni e delle vie a volte indicavano il luogo dove la strada portava. In altri casi le strade avevano lo stesso nome delle chiese che lambivano: Chiesetta del Salvatore, Vico del Rosario, Via del Carmine, Via della Marina o Via santa Maria. Oppure citavano famiglie nobili o i proprietari dei fondi agricoli: Rossi, Ajossa, Elice, Oliva o l’antica via del Prato, ossia l’attuale Bruno Buozzi (ex Via Michele Bianchi nel ventennio fascista). Essa ha un significato agricolo: è la via che uscendo dal paese va verso terreni fertili, terreni destinati a foraggio e verso la campagna aperta, vasta. Come vasto doveva essere il piano a fine ‘800 si estendeva dall’attuale Piazzetta Fiorino (Fontana Muta) fino al Trodio.

Alcune delle vie più antiche si trovano alla Cittadella, come le esistenti Porta Portello (dalla porta principale di ingresso alla Cittadella), Via a Mare. Storici toponimi al centro del paese sono poi via Gioacchino Poeta, Via San Rocco, Vico Arangiara: l’antico luogo ad inizio di Corso Garibaldi era così chiamato per le piante di arancio ivi esistenti.

 

Via Arangiara, Palmi

Con il terremoto del 1908 nacquero vasti quartieri baraccati: Bompiani, Bellini, San Nicola, Tarditi, Ciccolino, Portello, Monaci, Rione Regina Elena, Stati Uniti, Dietro Vena, Prenestini. Rioni oggi scomparsi.

L’avvento del regime fascista rappresentò per il sistema toponomastico della città un periodo di deciso cambiamento rispetto ai nomi borbonici. Il fascismo diede particolare impulso alle intitolazioni riferite alla prima guerra mondiale (es: Viale delle Rimembranze) e, naturalmente, alla propria epopea e all’Unità d’Italia, agli eroi di guerra, ai benemeriti della ricostruzione e dei servizi post terremoto nella Calabria fascista.

Quasi tutto cambiò nella toponomastica con gli insediamenti delle nuove amministrazioni comunali subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Toponimi di contrade e luoghi di Palmi (Elenco parziale):

  • Affaccio: dal calabrese “belvedere”. Si affaccia meravigliosamente sul mare Tirreno e sulla sottostante contrada Petrosa. Nel lato sud, scendendo c’è una piccola grotta;
  • Agliastro: (scoglio dell’ulivo) olivo selvatico;
  • Acqua duci: Località a sud della Marinella, deriva da una sorgente d’acqua dolce, che spunta dagli scogli;
  • Arcudace: dal greco arkoudakes “orso” ovvero “punta dell’orso”, punta estrema del Sant’Elia e promontorio meridionale della insenatura della Marinella;
  • Buffari: dal greco “porto”, si trova tra Rovaglioso e la Petrosa;
  • Barraccuni: nella zona Trodio vi era un vasto baraccamento post terremoto. Le vecchie generazioni utilizzano ancora questa denominazione;
  • Bombino: si presume che in questa contrada anticamente doveva essere nato un bambino nel giorno di Natale, oppure i residenti festeggiavano Gesù Bambino;
  • Criscimo: greco, krisimos “decisivo”;
  • Cisterna: dal latino cis-terram, sottoterra dai serbatoi di acqua potabile romani esistenti;
  • Ciambra: dal greco ketmai dal greco bizantino “dormo”, era il cimitero bizantino di Taureana;
  • Contura o Cuntura: dal greco kontòura, kontos, “luogo di pertiche”;
  • Cola di Reggio: proprietà di Nicola. La prima intestazione sulla contrada è un atto di battesimo di Lisabetta figlia di Cola di Riggio, nel 1625;
  • Croce Rossa: Luogo dove la Croce Rossa dopo il terremoto del 1908 costruì delle baracche per la popolazione;
  • Calonero: da Monaco si trova subito dopo la contrada Pirara e la SS18;
  • Cento Ducati o Scoglio dei Quaranta Ladroni: di fronte al lido La Lampara, alla Tonnara. Così chiamato perché alcuni pirati si divisero un bottino;
  • Falacca: dal greco phalagga “campi, accampamenti”, oppure farlaka “luoghi splendenti” oppure ancora “frana”;
  • Fornaci: vi erano allocati i forni per i mattoni di Taureana, i timbri sui mattoni erano romani e poi bizantini;
  • Fracà: dal greco “luogo al sole”;
  • Garanta: dal greco charagma “fenditura, fessura”;
  • Girone: dal latino gironacies presunto accampamento romano di soldati di Girona;
  • Gonia o Agonia: dal greco “luogo sterile”;
  • Galipsi: subito dopo la contrada Pille. Dagli alberi di eucalipto che vi erano anticamente;
  • Malopasso: dal latino malus passus “valico pericoloso”;
  • Motta: dall’arabo moktà “piccola fortezza” o dal latino “cumulo di terra”. È un belvedere a strapiombo sul mare;
  • Magna: fiumara presso Palmi dal latino magna “grande”;
  • Marinella: contrada marina e antico porto commerciale a sud di Palmi compresa tra l’Arcudaci e la punta della Motta. La contrada si divide in: Palumbeddha, Cani Marini, Tri Scogghiazzi, Murgià e Cacina;
  • Monte Terzo: si presume derivi da un accampamento di Tercios (soldati spagnoli), anche se le cronache ufficiali lo “promuovono” come Terzo monte, dopo sant’Elia e lo Sperone.
  • Petrace: dal greco pètrakos, pietroso;
  • Pietrenere: dal greco bizantino pietraisnegrais “cimitero delle navi”. Lo Scoglio dell’Isola è al centro di Pietrenere ed era chiamato anche Scoglio della Nave, in riferimento al miracolo della Madonna dell’Alto Mare, che ordinò a San Fantino di scagliare del fuoco su delle navi dei pirati, facendo naufragare i saraceni contro gli scogli;
  • Petra Galera: è uno scoglio subito dopo la punta dell’Arcudaci. Al tempo delle incursioni dei Saraceni, venivano fatti sostare i cittadini catturati nei dintorni, in attesa del riscatto;
  • Prita: (piccolo promontorio subito dopo Buffari, accanto Rovaglioso, dal greco penetro “piccolo porto”;
  • Pietrosa: pietrosa;
  • Pignara: da Pino;
  • Pille: dal greco pèlos “fango”;
  • Ponte Vecchio: è la contrada che si estende verso la strada provinciale Palmi-Taurianova e supera il fiume Petrace. Da questo toponimo, più antico di tutto il territorio, passava il tracciato della via Popilia.;
  • Profania: dal greco prophanes “visibile innanzi agli altri, manifesta”. Dal latino pro- (avanti) e -fanum (tempio): “tutto ciò che è innanzi al tempio”.
  • Palmara: deriva dalle molte piante di palme esistenti intorno all’anno 1000. Dopo la distruzione di Taureana i contadini e i marinai della città distrutta edificarono qui, il primo nucleo chiamato Castro Palmarum;
  • Rinazzo: dal latino arenaceus, “sabbioso”, oppure erinaceus: riccio;
  • Rovaglioso: contrada nata con il toponimo di Porto Oreste, è stata una delle prime frazioni del comune di Palmi nel 1909. Qui la leggenda vuole che sbarcò Oreste per andare a lavarsi nel fiume Metauro (il Petrace) con sette affluenti (i nomi antichi: Lapadone, Micode, Engione, Statero, Polme, Melcissa, Argeade) a causa della pazzia che gli causavano le Furie o le Erinni per avere ucciso la madre Clitennestra. Appena vi si immerse, Oreste riacquistò il senno come gli predisse l’oracolo. Egli appese ad un albero di alloro la sua spada che restò appesa per molto tempo. Antonio De Salvo, nel suo libro, sosteneva che il territorio intorno alla città di Tauriana venisse definito “Furia” (ancora esiste un toponimo con la denominazione di Furìa o Furrìa, proprio in ricordo di questo episodio). La contrada Furia si trova tra il bivio della Pirara, la contrada Pantano e la SS18/S.Filippo;
  • Sidaro: “terra ferrosa”, oppure greco bizantino Papas Isidoro o “terra di Isidoro”;
  • Scinà o Uscinà: dal greco ischnà “luoghi sterili”, oppure schinàs “posto di lentischi o giuncheto”;
  • Socrà: dal greco sikalàs “segale”;
  • Scrisi: dal greco antico “ortica”;
  • Scala: da “scalo, approdo romano”. Era lo scalo del porto romano fatto costruire nel 44/45 a.C. da Ottaviano subito dopo Scinà. Nella contrada Scala, secondo quanto riporta De Salvo: “…quivi si vuole fosse stata la parte più frequentata della marina di questa città e lo sbarcatoio; la tradizione vuole inoltre che quivi fu trovata, annerita dalle fiamme nel saccheggio di Tauriana e mal ridotta dal tempo, la sacra immagine della Beatissima Vergine dei Poveri.
  • Spirito Santo: ex quartiere Ospedale sopra l’Arangiara;
  • Taureana: Tauriana antica città bruzia, greca e poi romana, prima frazione del comune di Palmi nel 1909;
  • Trachini o Trachina: dal greco trachinàs “pietrosa, luogo scabro, roccioso, brullo”;
  • Trodio: dal greco antico triòdos, “trivio crocevia, incrocio di tre vie”. Triodos Chorà ovvero “villaggio del Trivio”
Piazza del Trodio fine anni ’40, fotografia fornita da Giovanni Squadriti.
Vi erano tre vie e un antica fontana/lavatoio
  • Traviano: dal latino Extra Via Acies “accampamento fuori la via o fuori le mura”. Oppure, sempre dal latino, trabeanus “terra traviata, sterile”. Anticamente, dice il De Salvo, esisteva una fabbrica di vetri e per un periodo si chiamò “vetreria”;
  • Tonnara: nell’ a. 1102 veniva denominata Portus Tonnare, prese il nome attuale nel sec. XVI, dalla pesca dei tonni che ivi si praticava;
  • Torre di guardia di Pietrenere: La torre di vedetta, costruita nel 1561, faceva parte di un sistema difensivo costiero del Regno di Napoli. Le torri avevano dei guardiani detti Cavallari, nel 1580 ricopriva il ruolo di vedetta tal caporale Bartolo Sances. Nello stesso anno, alla Torre di San Francesco (sita al belvedere Torre), vi era il caporale Sebastiano Caiazzo;
La torre di guardia “San Francesco” estratta dal “Codice Carratelli”
  • Via della Sottoprefettura: subito dopo la scalinata in pietra rasente la villa comunale. Il nome prende origine dal palazzo della Sottoprefettura che anticamente era di fronte la villa comunale;
  •  Zoire: dal greco “vino forte”.

 

Agiotoponimi palmesi

  • San Michele di Vitica o Sambiceli: dal greco aghios mikeles ossia San Michele, “chiesa o eremo di San Michele”;
  • Santa Maria: da un antichissimo convento femminile del XI Sec., Santa Maria de Ceratullo o Inceratos;
  • San Leo: forse eremo di San Leone, ma anche necropoli della prima età del ferro;
  • San Leonardo: da una chiesa dedicata a San Leonardo nella quale si celebravano messe molto prima del 1800. L’interno non era destinato alla sepoltura dei defunti;
  • San Giorgio: dal greco Yorghos. La chiesa di San Giorgio intorno al 1000 venne trasferita da Taureana alla Cittadella e fu ribattezzata come San Giorgio De Palmis. Nei secoli successivi probabilmente fu spostata nell’attuale località San Giorgio;
  • San Fantino: deriva dalla chiesa e dal santo omonimo, dopo la sua morte, avvenuta nel 336 d.C., si edificò la chiesa per ricordarlo perennemente;
  • Sant’Elia: è la parte più alta del monte S.Elia, così denominata dalla chiesetta omonima costruita la prima volta intorno all’890 dal santo e ricostruita più volte;
  • San Francesco: Contrada tra il Petrace e Fracà deriva il suo nome da un antico monastero esistito;       
  • San Gaetano: contrada a nord di Palmi, chiesa ed edicola votiva costruite sui terreni della famiglia Minasi;
  • Madonneddha o Cruci di Morti: subito dopo il quadrivio Acquaolivi/Palmara. Prende il nome da un tempietto con l’immagine della Madonna del Carmine. Questa località fece da sfondo a una battaglia con i saraceni;
  • SS Annunziata o Chiesa dei Monaci: chiesa fondata intorno al 1450 mentre il distrutto convento era stato fondato dai Minoriti Conventuali. Dentro la chiesa come nel convento venivano sepolti i defunti.

 

Toponimi antichi di alcune vie, rioni e contrade scomparse

  • ‘Bazzia: luogo compreso tra via San Giorgio e il rione Croce Rossa e l’inizio delle vie Sant’Elia e Nazario Sauro. Antico luogo di chiesa o abbazia/convento;
  • Casi vasci: “case basse”, zona intorno al vecchio tribunale di via Roma. Termine in uso fino agli anni 70/80
  • Dazio: antico casotto del dazio al Trodio termine in uso fino agli anni 70/80;
  • Fonte del Buttisco: era una fontana che si trovava all’inizio del Corso Barbaro in Piazza Lo Sardo;
  • Turriuni: “Dove abiti? – O Turriuni”. Era (è) la zona di via De Salvo (i Campetti), via Manfroce/ viale Rimembranze. Era chiamato così per la Torre e il bastione angolare delle mura difensive ai quattro lati della Cittadella. Anche questo era un termine in uso fino agli anni 70/80;
  • Scarricu: lo scarico, ex Petrazza, prato in cui si gettavano i rifiuti, ora scuola media Milone;
  • Stratuni (U): L’attuale corso Garibaldi, di cui si conoscono alcune antiche intitolazioni, come Stradone San Ferdinando, Corso Vittorio Emanuele. Venne aperto nella seconda metà del 1600 dal feudatario Conchublet espropriando i terreni del principe Spinelli di Seminara;
  • Calojero: dal greco “monaco”;
  • Murareddha: era una fontana accanto via Orti di Fazio con tre canali;
  • Piazza della Fontana vecchia o della Fontana della Palma: costruita nel 1670 circa, ex Piazza del Mercato e Piazza san Ferdinando. Sono questi gli antichi nomi dell’attuale Piazza Primo Maggio;
L’antica fontana della Palma, costruita intorno al 1650
  • U Ponti: antica denominazione scomparsa subito dopo il quadrivio della contrada Palmara, quando per andare verso il Belvedere Torre si doveva passare da un ponticello;
  • Rione “La Murarella” (o più comunemente chiamato “Li Canali“);
  • Rione Lo Salvatore: delimitato dagli attuali campetti allo Stadio Lopresti fin sotto l’attuale balconata del Viale Rimembranze;
  • Rione Borgo: a sua volta era diviso in Borgo Inferiore e Borgo Superiore. Delimitato dalle attuali Via Mazzini, via Roma, Via Nicola Pizi, Via Nazario Sauro e una buona parte dell’attuale Rione Ferrobeton. Demolito totalmente dopo il terremoto del 1908;
  • San Filippo: Nella contrada vi era la chiesa scomparsa di San Filippo Neri, in questa chiesa fino al 1700 si teneva messa e qualche volta vi erano sepolti dei defunti, come riporta questo atto del 1736 :
  • Via Chimirri: attuale Via Salerno, da Piazza Martiri d’Ungheria a Via Buozzi.

Anche il gonfalone della città ha la sua storia già dal 1600, con la fontana della Palma e il motto di conchublet “Nondum in auge”, ha cambiato immagine con la sola palma per essere cambiata definitivamente nel 1935.

Lo studio del territorio può interessare molto i giovani studenti. Partendo dal nome della strada, dal personaggio a cui si intitola e attraverso possono essere guidati ad una delle scoperte più belle che possa fare un abitante di un luogo. Ecco allora che il toponimo si carica di un significato storico importante, poiché è capace di dare delle informazioni non individuabili nei documenti, ma preziose per chi vuole ricostruire la storia di quel luogo. Palmi ha l’opportunità di fare ancora un’altra operazione nel titolare le numerose strade, quelle ricche di passato, coi tanti nomi che esse ebbero, e di fornire loro una “multi targa” storica.

 

Bibliografia:

  • Vincenzo Saletta: Storia archeologica di Taureanum: iscrizioni e laterculi- Roma : Ramo editoriale degli agricoltori, stampa 1960
  • Antonio De Salvo: Palmi, Seminara e Gioia Tauro. Ricerche e studi storici – Palmi : Lopresti, 1899
  • Giuseppe Silvestri Silva: Memorie storiche della città di Palmi – Genova : Tip. Nazionale, pref. 1930
  • Francesco Salerno: Antologia poetica a cura di Santino Salerno, Soveria Mannelli, Calabria letteraria 1989
  • Giambattista Marzano: Dizionario Etimologico del Dialetto Calabrese Laureana di Borrello : Il progresso, 1928
  • Gabriele Barrio: De antiquitate et situ Calabriae – Cosenza : Brenner, 1979
  • Girolamo Marafioti: Croniche ed antichità di Calabria , Sala Bolognese : Arnaldo Forni, stampa 1975
  • Gerhard Rohlfs: Dizionario toponomastico ed onomastico della Calabria Ravenna : Longo, 1990
  • Barillaro: Dizionario toponomastico della Calabria, Cosenza : Pellegrini, stampa 1976

Francesco Saletta

La Sottoprefettura di Palmi. Indagini storiche sulla Palmi ottocentesca.

Girovagando qualche giorno fa sul web in cerca di notizie di storia locale, ho analizzato con particolare attenzione una vecchia fotografia di Palmi scattata immediatamente dopo il sisma del 28 dicembre 1908. Questa fotografia ritraeva un ampio giardino pubblico con in evidenza i danni subiti dal terremoto: una balaustra in pietra caduta, distruzione in ogni dove e sullo sfondo alcuni edifici posti in una strada in discesa. Per anni la foto in questione è stata oggetto di discussione fra gli storici palmesi, poiché per alcune caratteristiche visive e di conformità stradale l’angolo ritratto non sembrava corrispondere all’odierna Villa Comunale Giuseppe Mazzini. Ma non è questo l’argomento principale del suddetto racconto storico, ma piuttosto l’individuazione da parte mia di un particolare impresso nella medesima fotografia: un’insegna regia ben visibile sul balcone del grande palazzo a sinistra della foto.

Villa di Palmi dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Sulla sinistra (indicato dalla freccia) il Palazzo della Sottoprefettura. Foto: Archivio F. Saletta.


Che non si tratti forse dell’edificio che un tempo (prima del sisma) ospitava la Sottoprefettura di Palmi e di cui oggi non esiste alcuna fotografia?

Prima di analizzare tutto ciò, occorre fare un passo indietro per ricordare l’importanza che questa istituzione governativa ebbe per Palmi all’interno del suo omonimo circondario.

A livello politico nel corso del XVIII secolo in Italia venne introdotta la figura dell’Intendente. Ovvero quella di un funzionario regio, che aveva (in rappresentanza del sovrano) ampio margine di governo su una circoscrizione territoriale definita come Provincia. Questa funzione venne resa più importante durante l’epoca napoleonica e con la legge dell’8 agosto 1806 emanata dal Regno di Napoli, dove l’Intendente divenne la massima autorità di governo della Provincia posto a capo di un’Intendenza, per ivi svolgervi funzioni d’ordine pubblico, di amministrazione giudiziaria e finanziaria. Per le circoscrizioni provinciali minori, ovvero i distretti/circondari, venne invece istituita la figura del Sottointendente posto a capo di una Sottointendenza. Con la restaurazione dei Borbone sul trono di Napoli e la nascita del Regno delle Due Sicilie, la Provincia diventerà definitivamente il punto intermedio di governo fra il Comune e lo Stato. Al subentro del Regno d’ Italia le figure dell’Intendente e del Sottointendente verranno sostituite da quella del Prefetto e del Sottoprefetto.

Nel nostro caso, regnanti i Borbone, la Calabria Ulteriore Prima (o Calabria Reggina, in quanto la città sullo Stretto ne era il capoluogo), venne suddivisa nei distretti di Gerace, Palmi e Reggio: per tale motivo la nostra cittadina si fregiò del titolo di sede della Sottoprefettura locale.

Ritorno, dopo questo necessario excursus alla questione originaria. Storicamente la sede della Sottoprefettura palmese fu ubicata in un edificio sotto la Villa Comunale e a testimonianza di ciò ancora oggi esiste una strada che ne ricorda la collocazione.

Lo stabile già in precarie condizioni (come testimoniato dalla stampa dell’epoca) e danneggiato dai terremoti del 1894 e del 1908 fu abbandonato e infine demolito. Di esso, a differenza dei tanti edifici pubblici della Palmi ottocentesca, come ricordato non esiste neanche una foto.

L’edificio della Sottoprefettura ripreso da una vecchia foto panoramica di fine ‘800.      Archivio F. Saletta


Nell’analisi della foto da cui questo trattato di storia è iniziato, a mio giudizio per placare le polemiche e gli evidenti dubbi, quella impressa sulla pellicola fotografica non può che essere la Villa Comunale di Palmi. Inequivocabili i dettagli e i confronti dalle mappe catastali.

La fotografia è stata scattata da uno spiazzale esistente ai tempi lungo l’attuale Via Domenico Augimeri, davanti al cancello della Villa Comunale (lato chiesa del Soccorso), mentre l’ inconsueta pendenza della strada, nonché la diversa prospettiva, è dovuta al fatto che prima del sisma del 28 dicembre non esistessero le scalinate che oggi collegano l’attuale via Domenico Augimeri (ex Toselli) con via Rosselli (frutto anch’esse della ricostruzione post 1908). Le vecchie scalinate esistenti in quel luogo erano poste invece in discesa e in maniera quasi parallela al Piano delle Muraglie (come visibile in una mappa catastale di fine ‘800) per poi concludersi di fronte al grande palazzo, denominato con la particella catastale “1825” sito in via Portello.

Vecchio catasto di Palmi, in evidenza la particella “1825” e la Villa Comunale.


Se la mia supposizione fosse esatta, la particella “1825” e il palazzo indicato dalla freccia nella prima foto altro non sarebbero che il medesimo edificio, ovvero la storica sede della Sottoprefettura palmese, dando finalmente immagine visiva al luogo.

Dopo la demolizione del vecchio edificio, la nuova sede prefettizia fu ricostruita, in un bellissimo palazzo in stile liberty al di sotto dell’attuale Piazza Amendola e dotato di tutti i criteri funzionali necessari. Tuttavia, nell’ anno 1927 con la rimodulazione delle circoscrizioni territoriali, le Prefetture vennero abolite. Il nuovo ed imponente edificio fu così trasformato in Caserma regia. Oggi, la struttura ospita la locale compagnia dei Carabinieri.

La nuova sede della Prefettura di Palmi ricostruita negli anni’20. Oggi l’edificio ospita la compagnia dei Carabinieri.


Di questa importante istituzione per la nostra cittadina resta solo traccia nella toponomastica comunale, poiché proprio vicino la Villa Comunale, le scalinate ricostruite dopo il terremoto del 1908 ne recano ancora il nome: “Vico I della Sottoprefettura”.

Vico I della Sotto Prefettura oggi. Immagini Comune di Palmi

Domenico De Luca

I “puddhi” e le altre fontane di Palmi: una Storia che scorre

Le antiche fontane di Palmi offrono sempre delle sorprese nel loro antico fusto di ferro battuto: in alcune è ancora collocato l’antico stemma cittadino o i “graffiti” dei ragazzi di allora oggi anziani, oppure i pali della luce trasformati in fontane.

Anche i marmi delle antiche vasche di raccolta dell’acqua raccontano storie. La consuetudine di portarsi alle fontane, punti di ristoro e pulizia dei panni, costituiva una delle poche occasioni di vedere la propria bella. 

Galeotta, in tal senso, era la fontana di San Leonardo o “funtana dill’Americanu”.Gli anziani del luogo mi raccontavano che questa fontana, sita di fronte all’omonima vecchia chiesa (oggi abbattuta), fu luogo di incontro tra un americano e una bellissima ragazza. Egli se ne innamorò e la portò con sé negli Stati Uniti.

 “Fonti” di storia, le fontane di Palmi. Quelle della contrada ”Acqualivi” furono ad esempio zona di scontro tra Cittadeddhoti e pirati turchi. Celebri poi, le antiche vasche dei “Canali” nelle quali le donne lavavano i panni. Esse –ormai demolite- si situavano dentro l’ex magazzino della Pro-Loco in piazza Losardo. 

Oltre a quelle già elencate, una fontana in particolare mi ha raccontato la sua Storia, grazie ai suoi marmi: “a Funtana dhi Puddhi”.
Ero ragazzo, negli anni ’70, quando in compagnia di mio padre andavamo, come sempre ogni domenica, a raccogliere frutti, erbe, etc. Parcheggiata l’auto, una Seicento bianca, sulla S.S.18, prendemmo un viottolo di campagna a metà strada dal bivio per Sant’Elia, arrivammo dopo pochi metri in località “Polle” non molto distante dalla Contrada Vitica. Egli mi fece notare una vasca di marmo rettangolare un tempo bianca, non molto profonda, in un primo momento non feci caso a essa, ma al ritorno la mia attenzione s’impuntò su una scritta lapidea, con caratteri piccoli neri, impolverati ma chiarissimi, rimasta nei miei ricordi incancellabile.


La vasca era ormai asciutta e impolverata, per fortuna qualcuno mosso a pietà, l’aveva ripulita togliendogli piante di spine ed erbe varie, ed aveva ancora, nella parete in marmo ovale due beccucci curvi grigi dei tre superstiti, da dove un giorno lontano doveva fuoriuscire dell’acqua fresca e fredda, come è nei ricordi degli anziani. Fino ad oltre il 1892, doveva essere ancora in funzione: infatti, la scritta era stata apposta proprio quell’anno.
La fontana, sottostante l’attuale statale 18, non era adibita a ristoro per animali, poiché aveva un ripiano, doveva quindi servire per ristorare chi percorreva l’antico tracciato della Via Regia delle Calabrie, strada iniziata nel 1774 e in gran parte realizzata sotto Ferdinando IV di Borbone e condotta a termine durante l’occupazione francese (1806 -1815).
La scritta recitava così:  “In questa fontana, proveniente da Bagnara, il 22 agosto 1860 sostò e si dissetò Giuseppe Garibaldi attendendo ivi il sindaco di Palmi e la delegazione cittadina per scortarlo e per tributare gli onori dovuti” la città di Palmi, 1892.
Andarono incontro al Generale, il Barone Don Filippo Oliva, sindaco della città e una delegazione del consiglio comunale, dopo i saluti si avviarono passando dalla contrada Vitica.
L’Eroe dei due mondi, dopo il famoso discorso dal balcone di casa Piria il 22/8/1860 (La stessa casa da dove nel 1799 il cardinale Ruffo lanciò il proclama per le Bande di Santa Fede), inviò il seguente messaggio dalla Torre di San Francesco dov’era posto il telegrafo: -“Le truppe nemiche si sbandano, la nostra marcia è un trionfo…”
Assieme a Garibaldi vi erano: la giornalista inglese Jesse White Mario e il marito di lei Alberto Mario (il quale, data la somiglianza, venne scambiato per Garibaldi perché lo stava precedendo in carrozza). Ad Alberto Mario, originario del Polesine, ed alla moglie, furono dedicate alcune vie nei paesi del Delta del Po.
Garibaldi restò a Palmi fino al 26 agosto, quindi s’imbarcò alla Marinella, scendendo dalla stradina a sinistra della statua della Madonna posta davanti alla Chiesa del Carmine.
Gli abitanti della contrada Vitica ricordano “a funtana dhi puddhi”,  le Polle, posta in un luogo da cui fuoriusciva dell’acqua fredda e leggera, così dicevano i nonni ai figli e ai nipoti, e così raccontavano a me, i nonni viventi della contrada. 

Da molto tempo, purtroppo, nessuno è più passato dal luogo sopradetto. Fatto un sopralluogo con alcuni abitanti della contrada vicina, non si è trovata la vasca, perché a causa dell’allargamento della strada statale negli anni ’80 e soprattuttoper uno sbancamento del prato sottostante davanti la vasca, essa è stata sommersa dai detriti e non è, attualmente, più visibile.

Era questa l’unica fontana sulla strada regia borbonica prima di arrivare a Palmi da S.Elia e, in questa, il cicloturista Luigi Vittorio Bertarelli nel 1897 si ristorò venendo sempre da Bagnara.

Con un ulteriore sopralluogo più approfondito, potrebbe essere ritrovata e continuare a raccontare ai giovani questo antico luogo di ristoro per viandanti, soldati e turisti.

*Il disegno e le foto delle fontane sono pubblicati nel gruppo Facebook “Foto, cartoline e ricordi di Palmi”


Elenco parziale delle fontane pubbliche (in servizio o rimosse) che servivano il territorio:

  • Via e Piazzale Vittorio Veneto, n. 3 – attualmente una è in funzione all’incrocio di via Crispi, un’altra era all’incrocio in via Gramsci e altre due nel Piazzale Vittorio Veneto;
  • Via Trento e Trieste n. 2 – funzionanti;
  • Via Cittadella, n.3 – una funzionante, una scomparsa, un’altra costruita da privati e attualmente coperta da una rete;
  • Via San’Elia e piazza Losardo, le storiche fontane dei Canali ed una non funzionante;
  • Piazza del Soccorso , una non funzionante;
    Via Cesare Battisti, vi era una fontana fino al 1980, rimossa;
  • Piazza Martiri d’Ungheria, una funzionante;
  • Piazza ex macello 1 rimossa, 1 funzionante;
  • Contrada Vitica 2 funzionanti;
  • Piazza Matteotti, 2 funzionanti;
  • Villa comunale una fontana funzionante lato via Roma, prima ve ne erano altre due(una all’ingresso di via Toselli ed un’altra al belvedere lato Chiesa del Carmine;
  • San’Elia: una al belvedere e una in Contrada Scrisi;
  • Taureana in piazza, una funzionante;
  • Traviano-Cubola una funzionante;
  • Pietrenere-Fallacca due non funzionanti;
  • Pietrenere –Fortino una rimossa;
  • Tonnara-Scogliazzo fino agli anni ’70, una rimossa;
  • Tonnara-Ulivarella nell’antica rotonda, rimossa;
  • Tonnara-Pietrenere, una rimossa;
  • Contrada Acqualive, una Torre San Francesco (belvedere) una rimossa, Marinella una funzionante;
  • Stazione due rimosse, una scomparsa;
  • Via Rimembranze incrocio via Manfroce, “a funtana dhu Turriuni” rimossa negli anni ’70;
  • Rione Pille n.2 ;
  • Piazzale Trodio, n.1,rimossa e una dentro la stazione delle Ferrovie Calabro Lucane non funzionante;
  • San Leonardo 1 rimossa da pochi anni ( ‘A funtana ill’Americanu);
  • Piazzale GiSa accanto statua San Francesco, funzionante;
  • Rione Impiombato, una rimossa;
  • San Francesco, accanto alla chiesa una rimossa.

Fontane pubbliche monumentali:

  • Piazza Amendola fontana monumentale, funzionante;
  • Fontana muta Piazza Fiorino, funzionante;
  • Piazza Matteotti fontana dove al centro è posta la colonna greca, non funzionante;
  • Fontana dentro la Villa Comunale, funzionante.

Francesco Saletta

 

Alla ricerca di Santa Deodata

Tempo fa, andavo a Bologna alla biblioteca dell’Archiginnasio, e passando da un paesino con un amico, mi fermai ed entrai in un esercizio commerciale. Lì mi trovai a discutere sulle mie ricerche, incentrate sui santi calabresi e sui loro genitori. Certi incontri non avvengono per caso e un signore accanto, ascoltando la conversazione, si rivolse a me dicendo di aver già sentito il nome di una martire, “Deodata”; perché, grazie a dei lavori di ammodernamento, avevano trovato in quel paese delle reliquie. Alcuni di quei resti appartenevano ad una santa non di quei luoghi e quindi sconosciuta: era Deodata, la madre di San Fantino il Cavallaro di Taureana di Palmi, proprio l’oggetto dei miei studi e ricerche. 

Quella chiacchierata, mi aveva permesso di trovare preziosissime informazioni: nell’agosto 2007, fu rinvenuto un fondo di coppa in vetro a figure d’oro. Il prezioso reperto era chiuso all’interno di un reliquiario del XVII° secolo, costituito da una bacheca in legno e vetro, custodito nella Chiesa dei Ronchidi proprietà del Comune di Crevalcore (BO) che nel 1985 aveva acquistato il complesso, dalla locale nobile Famiglia Caprara.
Secondo la relazione archelogica del 2012 relativa al ritrovamento, il reperto è databile entro il IV° secolo, datazione supportata sia dall’iconografia dei santi rappresentati, che dal tipo di iscrizione augurale, caratterizzata dalla formula benaugurale “bevi e vivi” espressa in lingua greca latinizzata.

La bacheca, conteneva resti osteologici umani, accumulati alla rinfusa e mescolati a frammenti di tessuto e fiori finti in panno. 

Il vetro dorato appartiene a una classe di materiali prodotti tra il II e il V-VI sec. d.C., caratterizzati da un’ampia diffusione soprattutto durante il III e il IV secolo, periodo in cui prevale la simbologia cristiana. Questo tipo di manufatto era ottenuto racchiudendo fra due strati di vetro una sottilissima foglia d’oro, che veniva incisa per rendere i contorni e i particolari dei temi raffigurati. Coppe e bicchieri a basso piede decorati sul fondo in questo modo, venivano poi conservati solo nella porzione inferiore e impiegati con una nuova funzione, spesso anche come segni distintivi delle sepolture, come dimostrano i numerosi rinvenimenti di oggetti di questo tipo affissi nella calce all’esterno dei loculi delle catacombe romane. Il monogramma cristologico presente tra i due personaggi, formato dall’intreccio delle prime due lettere greche X e P di XPIΣTOΣ (Cristo, in greco), indica che l’unica vera dottrina di Fede è quella cristiana: a sinistra, con barba e fronte stempiata, è raffigurato Pietro, riconoscibile al personaggio sulla destra, identificabile con Paulus, più che dall’iscrizione mutila di cui resta solo dalla S finale del nome. 

Pietro ha il braccio destro proteso (distintivo delle scene di catechesi o di ricezione del rotolo della legge), mentre le braccia di Paolo sembrano unite in un atto difficilmente interpretabile a causa del deterioramento della foglia d’oro.
Entro la doppia cornice circolare è presente l’iscrizione [di] gnit [as am]icorum pie zeses (vanto degli amici, bevi e vivi!): l’invito al bere e alla vita, espresso in lingua greca latinizzata, trascende l’idea della felicità terrena, in particolar modo al rito del refrigerium, il banchetto in onore dei defunti e dei martiri.

 

Deodata

Sulla fronte del teschio, il cartiglio “Corpus Sanctae Deodatae” attribuiva i resti a Santa Deodata, martire del IV secolo.

Le analisi preliminari condotte sulle ossa della teca, hanno consentito al Laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia Forense Università di Bologna di fornire alcuni dati. Il reliquiario conteneva resti ossei di almeno tre individui, una donna di età compresa tra i 36 e 39 anni, più due individui rispettivamente di 15 e 9-10 anni di età.

L’enorme cura riservata al cranio denuncia una forte valenza devozionale, confermando al tempo stesso l’inganno percettivo tipico delle reliquie: la mandibola, ad esempio, è stata ricostruita utilizzando la costola di un bambino. L’analisi delle suture del cranio ha consentito di definire l’età del possessore, compatibile con un individuo di sesso femminile

 

Varie fonti agiografiche antiche ricordano, tra i santi martiri, ss. Fanzio e Deodata, genitori di S. Fantino il Vecchio o il Cavallaro il quale, ancora fanciullo, li avrebbe convinti a ripudiare gli idoli pagani e a credere in Dio. Per questo motivo l’intera famiglia sarebbe poi stata incarcerata a Siracusa. 

Riguardo questo reliquiario ritrovato mi pongo due domande: Come è arrivata questa reliquia nel territorio di Bologna?  E poi: questa reliquia era assieme alle catenelle che tenevano incatenati San Fantino e i genitori imprigionati a Siracusa e che sono state regalate alla chiesa di san Fantino di Venezia da un sacerdote e descritte negli inventari della stessa?

Mentre però Fantino sarebbe stato salvato da un angelo (riuscendo infine a raggiungere la Calabria e quindi Taureana), i genitori avrebbero subìto il martirio. Il taurianense visse tra la 2° metà del III e gli inizi del IV sec. d.C.

Tra le sante e martiri dei primi secoli del Cristianesimo, recanti il nome anche nella variante greca Theodota (Θεοδότη) abbiamo Santa Deodata, nata in Spagna a Toledo nel 611 circa; e Teodota o Deodata che subì il rogo a Nicea, in Bitinia, nel IV sec. d.C. Potrebbe però essere la stessa santa, Deodata di Nicea, venerata nella diocesi di Nardò in Puglia.

A Modica (Rg) abbiamo un quadro e un “santino” con l’immagine dei martiri ss. Fanzio e Deodata, genitori di San Fantino.

 

Il dipinto, raffigurante il loro Martirio, è opera d’autore ignoto. I coniugi, convertiti al Cristianesimo vennero sottoposti a torture e uccisi a Siracusa nel 304. La memoria liturgica dei Santi Martiri Fanzio e Deodata è fissata al 31 luglio.

Francesco Saletta

 

Il culto della Madonna del Carmine a Palmi

𝐼𝑙 𝑠𝑎𝑛𝑡𝑢𝑎𝑟𝑖𝑜

Secondo le fonti storiche, nell’anno 1540 sorse a Palmi un convento di carmelitani. Il convento era ubicato fuori le mura cittadine e la chiesa fu dedicata inizialmente alla Madonna di Loreto. Intorno alla metà del Seicento, ai padri carmelitani subentrarono sacerdoti secolari che istituirono intorno al 1689 la confraternita di “Nostra Signora del Carmine”. L’ antica chiesa, venne distrutta a seguito del terremoto del 1783. L’ edificio venne ricostruito in un sontuoso stile barocco, abbellito di dipinti e affreschi e cinto da un bellissimo campanile.

La Sacra Effigie di Maria SS.ma del Carmelo, collocata nel settecentesco altare maggiore in marmo con policromi intarsi, fu scolpita da Domenico De Lorenzo nel 1782. Il terremoto del 1894, che il 16 novembre rase al suolo Palmi è di particolare importanza, poichè durante questo evento sismico e nei giorni che lo precedettero, si verificarono diversi prodigi attribuiti alla statua della Madonna del Carmine, riconosciuti in seguito come veritieri dalla chiesa cattolica. Il terremoto del 1908, riportò gravissimi danni all’edificio,che alla fine fu completamente ricostruito fra il 1918 e il 1930, su progetto di padre Carmelo Umberto Angiolini. I Padri Carmelitani di Puglia, dopo un’assenza di circa tre secoli, nel luglio del 1927 ripresero possesso del luogo di culto.

Il 16 novembre 1994 la chiesa, con bolla vescovile, venne eretta a santuario.

𝐿𝑎 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑎

La statua della Madonna del Carmine fu realizzata sul finire del XVIII secolo a opera dello scultore Domenico De Lorenzo. Lo stesso De Lorenzo realizzò per altre chiese palmesi, le statue di Maria Santissima del Soccorso e l’antica statua dell’Immacolata (distrutta da un incendio nel dicembre 1924). Per via della somiglianza del volto fra le tre statue, le tre icone venivano appellate comunemente dal popolo palmese come «le tre sorelle».

𝐼𝑙 𝑚𝑖𝑟𝑎𝑐𝑜𝑙𝑜

Nel tardo pomeriggio del 16 Novembre 1894, un violento terremoto con magnitudo 6.0 della scala Richter, si abbattè sulla Calabria Meridionale a ridosso della zona pre-aspromontana. A Palmi, all’epoca cittadina di 12.500 abitanti, l’evento sismico fu particolarmente sentito dalla popolazione, tant’è vero che viene storicamente ricordato ancora oggi a causa del miracoloso prodigio della Madonna del Carmine, a cui secondo la tradizione si associa l’evento salvifico con limitato numero dei morti (pari a 8) e solo circa 300 feriti ufficiali. Nelle settimane precedenti, la statua della Madonna del Carmine, mostrò eventi prodigiosi a partire dalla data del 31 ottobre 1894 fino a quella del 16 novembre. De facto, si registrarono movimenti degli occhi e cambiamento del colore del volto. Nella mattinata del 16 novembre si verificò una piccola scossa sismica intorno alle ore 6:15 del mattino. Nelle ore successive i fenomeni sulla statua di Maria Santissima del Carmelo, si intensificarono. La folla decise perciò di improvvisare una processione, che raccolse due terzi della popolazione. I balconi e le finestre della case davanti alle quali passò la processione furono illuminati con lumi, bengala e lampade a petrolio, insieme allo scoppio di mortaretti.

Il popolo donava alla statua regali in oro e la banda musicale accompagnò la processione per tutto il tragitto. Quando il corteo raggiunse la zona dell’Arangiara nei pressi del palazzo che all’epoca ospitava i Carabinieri reali, un forte boato anticipò una violentissima scossa di terremoto, registrata dai sismografi alla ore 18.52 con movimento sussultorio a sud-sud-ovest e nord-nord-est. Al sopraggiungere del sisma i portatori della varetta iniziarono a correre per un centinaio di metri lungo il Corso Vittorio Emanuele (Corso Garibaldi). La città si presentò completamente in rovina, ma metà della popolazione risultò incolume. Si gridò così al miracolo e la gente cercò di stingersi intorno alla varetta della statua, scatenando quasi una ressa. Il corteo a quel punto si diresse verso la Piazza (oggi Primo Maggio) e posizionò la statua della vergine al centro della stessa, invocando preghiere e litanie. Nella notte la folla disperata continuò a essere raccolta consolandosi a vicenda. Furono così portate in Piazza le altre statue cittadine. La prima messa venne celebrata intorno alle ore 2:00 del mattino, mentre altre celebrazioni religiose seguirono fino alle prime luci del 17 novembre. Il “miracolo di Palmi” è riconosciuto ufficialmente dalla chiesa cattolica già dall’anno 1896.

Domenico De Luca