La murarella

Venezia, San Fantin cercasi – Racconto semiserio di una ricerca paleografica

Ingresso dell’Archivio di Stato di Venezia ai Frari

Venezia – Un mattino del 1996

Forse è più facile accendere un mutuo, che accedere a una nota biblioteca/archivio della Serenissima in cui mi recai per delle ricerche. A un certo punto mi trovai davanti ad una bibliotecaria dall’aria interrogativa: -“Salve, avete documenti sulla Chiesa di San Fantin?”, esordii. “Si certo dovrebbe far richiesta in quei moduli, firmare questi altri moduli, fare la foto segnaletica, mettere lo zaino nell’armadietto, firmare qui, su, giù a doppia copia a tripla copia… Non si possono far fotografie, metta via quei due chili di pane! Là nell’angolo, se ha bisogno, c’è la macchina per il caffé che non le consiglio…” disse.

“Non si possono fare fotocopie, è vietato scrivere sui libri, o sui tavoli e sono proibiti i prestiti viste le condizioni dei documenti (ai quali, tra l’altro non avevo avuto ancora accesso), se ha bisogno ci sono postazioni con computer, il servizio con essi non costa un tot, ma tre tot!” esclamò.

“Ha bisogno di scendere in dettagli su qualcosa?”

“…Eh signora, magari potrei scendere in archivio con lei per cercare i libri!” Mi sarebbe piaciuto dirle con occhi psichedelici, ma per evitare che mi fulminasse lei attraverso gli occhialoni, preferii fare meno lo sfacciato e le mostrai un elenco di libri rari e meno rari.

La bibliotecaria (con sicuramente discendenze prussiane o austriache) scomparve quindi nei meandri scuri della biblioteca. Riapparì dopo pochi minuti in mano aveva un libro del 1970 circa e due contenitori rotondi in pelle bruna cuciti con pelle di mammouth prima della loro estinzione, lunghi circa 20 x 5 cm.

“Le do, per adesso, alcuni documenti ed un libro. Se ha bisogno di una lente d’ingrandimento non ha che da chiederla, è gratis.”, dichiarò l’occhialuta.

La guardai interrogativo, come per dirle: “Ma che perdindirindina mi consegna?”. E lei indovinando il mio pensiero da dietro gli occhiali, mi disse con l’aria di chi ha tanta pazienza: ”Sono due documenti antichi! Li tratti bene per favore!”. “Obbedisco”, dissi poco convinto, con l’aria di chi voleva scappare”. E firmai, per l’ennesima volta in 20 minuti, con il mio nome firmai e il mio nome era Pecos Bill”, prendendo in prestito una strofa di una canzone di De Gregori…

Così mi avviai con il mio fagottello verso uno stanzone enorme dove vi erano studenti, ricercatori e studiosi seduti in tavoli antichi intarsiati dentro la quale il santo silenzio era rotto dal ticchettio dei portatili anni ’90 e dallo sfoglio di libroni medievali. Passando notai un signore con i capelli bianchi assorto nella lettura di un paginone istoriato scritto in non so quale lingua antica, ma doveva essere là da parecchio tempo dato che vi era una ragnatela tra la crapa pelata (addobbata da basette fine ‘800) ed il tavolo.

Sedutomi in una postazione libera dove vi era un graffito di Gutenberg, almeno così mi era sembrato, cominciai a mettere sul tavolo notes, penna e calamaio, quindi incominciai a sfogliare il libro del 1970 sull’architetto che nel XVI° sec. risistemò la chiesa e la piazzetta antistante. Messo da parte il libro cominciai ad aprire i due astucci e in quel silenzio, all’improvviso, si udì un:” Ohhh!” di meraviglia. Era il mio perché mi comparvero nelle mani due pergamene arrotolate!

Nei mesi precedenti il 1996 avevo fatto a Padova un corso di Paleografia, tenuto da docenti ex insegnanti in pensione e non, i quali oltre a tenere quelle lezioni, erano dei ricercatori veri e propri, e riversavano con amore e professionalità le loro conoscenze a noi allievi, invitandoci nei momenti liberi a seguirli nelle loro ricerche in giro per monti e per valli degli archivi del Veneto. Allievi, per così dire. C’erano, oltre me, 50 persone tra docenti di italiano, latino, lettere antiche, storia antica e medievale, filologi, scrittori e scrittrici, studiosi. Nessuno che avesse, ad esempio, solo un diploma di agraria…

Mi ritrovai nelle mani queste due pergamene, le quali effettivamente erano delicatissime anche se erano state trattate chimicamente per preservarle dai batteri e dal tempo. Era come avere un neonato in braccio, cullarlo ed aver paura di fargli male con le nostre grandi mani e i nostri modi rozzi e duri.

Una grande emozione si impadronì della mia mente, infatti durante quel corso fatto a Padova avevamo compiuto esercitazioni su non so quante fotocopie di pergamene notarili del X – XI secolo aspettando il momento di avere in mano una pergamena autentica ed essere così iniziati a curare e proteggere le memorie storiche.

 

Frate Paolino Minorita, Pianta di Venezia, 1346
Disegno della chiesa di San Fantino a Venezia” a volo d’uccello” di Jacopo de Barbari nel 1500

Forse quell’emozione è la stessa che i ricercatori di tutto il globo terracqueo provano, dopo aver trovato delle antiche testimonianze. Perciò avvolto da questa scossa interiore svolsi lentamente la prima pergamena di colore giallognolo, lessi la data scritta a mano con una grafia fine con poche sbavature d’inchiostro anche se con alcune macchie di vecchiaia, in un latino chiaro e comprensibile (tradurlo è stata una botta di cu… Fortuna incredibile, probabilmente con un altri documenti non sarei riuscito), e tradussi: “…anno domini 1235 indictione tercia…” (anno dello stato veneziano 1235, anno calabrese e dei vari Stati dello Stivale 1236. Infatti il Dogato Veneziano contava gli anni dal 25 marzo anziché dal 1° gennaio).

Pensai di aver trovato la storia della fondazione della Chiesa, o del teatro di comedia de San Fantin o la commissione per un’antica statua in legno distrutta da un incendio (e dal 1750 statua in marmo) di “San Fantin il calavrese di Tauriana” come è chiamato dagli autori veneziani nel loro tipico dialetto.

Statua di San Fantino, 1750. Altare della chiesa di San Fantin, Venezia.
Copia di un’altra statua in legno più antica bruciata in un incendio.

Invece non era quel che credevo, erano “solo” donazioni che due signori facevano alla Chiesa di San Fantin nel 1235 e nel 1250, con la firma, purtroppo per me illeggibile, di un notar de Vinegia con bellissimi Signus Notaris all’inizio e alla fine del documento.

Nel corso di paleografia il nostro insegnante, un ottantacinquenne padovano alto, con due ciglia bianche e folte, un bastone da passeggio ed una voce solenne, di chi sapeva ciò che diceva (ed una bellissima figlia che lo veniva a prendere dopo le lezioni), ripeteva sempre a fine giornata, a noi  novelli ricercatori, ed ai ”povari chiantapipi” con il solo diploma di agraria come me, un passo di Orazio: “Quandoque bonus dormitat Homerus”, e di suo: “Numquam bonus paleographus dormitat”e cioè: “Ogni tanto il buon Omero dorme” – “Giammai il buon paleografo dorme”.

Francesco Saletta

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