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Il Cile dei Mapuche: evoluzione di un’identità

Dal 14 ottobre 2019 il Cile è in rivolta; la sua capitale, Santiago, ospita continue scene di guerriglia urbana, cominciata con un’intensa devastazione alla rete metropolitana cittadina, e manifestazioni pacifiche, respinte con lacrimogeni e acqua acida dai Carabineros, le forze di polizia e gendarmeria cilene. Come sospinto dal vento, il fuoco della rivolta ha attecchito in altre città del paese fino a condurre il presidente Piñera a dichiarare che “Il Cile è in guerra”, dimentico però, che il nemico a cui allude è in realtà il Cile stesso, il cuore pulsante, il pueblo. Sebbene la dittatura sia formalmente estinta, di fatto, a tutt’oggi, il popolo cileno continua a vivere nella paura e nel sospetto di uno Stato militarizzato, a subire violenze e grandi disparità economiche, perpetrate da una classe politica sorda ed incapace, che mette a tacere il malcontento con la forza. Ma i cileni non vogliono più stare zitti e si ribellano al loro oppressore, uniti, compatti come una compagine ben addestrata in cui ogni gruppo si occupa di un bisogno specifico dell’intero battaglione: chi procaccia e distribuisce l’acqua, chi soccorre il compagno caduto trasportandolo nella tenda del pronto intervento. Tra la folla di Piazza Dignidad sventola una bandiera dai colori accesi: è la bandiera Mapuche, una minoranza etnica indigena, simbolo della lotta che non si arrende, contro i soprusi, le violenze e l’ingiustizia sociale operati dal governo centrale.

 

“La comunità Mapuche, letteralmente Il popolo della terra è la popolazione autoctona della regione Mapu, comprendente parte degli odierni Cile ed Argentina e stanziata oggi principalmente nel sud del Cile, in Araucanía e a Santiago. Ribellandosi ai conquistadores prima e al governo cileno poi, i Mapuche hanno sempre lottato per ottenere la loro indipendenza culturale, religiosa e istituzionale. Se con gli spagnoli riuscirono a mantenere la loro autonomia e a intrecciare uno scambio culturale, con lo Stato cileno le cose andarono diversamente: occupazione dei territori e deforestazione, genocidio, divieto di vivere secondo la cultura mapuche e di parlare l’idioma mapundung per le comunità superstiti, le quali, ridotte allo stremo si smembrarono e molti mapuche decisero di emigrare in città. Accanto a questa violenza fisica, il governo centrale aveva promosso un’intensa campagna denigratoria, che li descriveva Borracios, cioè ubriaconi, violenti, provando così a giustificare i feroci atti di forza e le repressioni sanguinose come una reazione dovuta, per mettere ordine tra quelle comunità sovversive. Per evitare che figli e nipoti venissero discriminati, gli anziani decisero di non insegnare loro le tradizioni, né la lingua mapuche che andarono così perdendosi, ma non morendo.

I Mapuche di città di terza generazione, ignari delle loro origini e della loro identità, studiano la storia del loro paese che racconta di un popolo assai diverso da quello cileno, non solo negli usi e costumi, ma anche nei tratti somatici e questi ultimi rivelano loro una realtà sconvolgente: sono essi stessi mapuche, non cileni. Immaginate l’incredulità nello scoprirsi diversi e lo sgomento nel comprendere che agli occhi degli altri, diversi lo erano sempre stati.” Parla con trasporto Helodie Fazzalari, giornalista e fotoreporter palmese, trapiantata a Roma da qualche anno e rientrata dal Cile qualche mese fa. 

 

“Sono arrivata in Cile, dopo aver vinto il Bando per Torno Subito, un progetto finanziato dalla Regione Lazio che consente agli under 35 di svolgere un periodo di lavoro all’estero seguito da uno per un’azienda all’interno del territorio laziale.” Dopo essersi aggiudicata il Premio di ottomila euro, Helodie ha dovuto provvedere a trovarsi una sistemazione oltreoceano, nonché i mezzi per arrivarci e i contatti cileni per realizzare il suo progetto. L’intento della giornalista ventiseienne era quello di recarsi presso le comunità Mapuche e vivere insieme a loro per qualche mese, per poter documentare come questo popolo viva nel 2020, se e quali siano le differenze con il passato e comprendere il loro stile di vita, in cosa differisce da quello occidentale. L’idea nasce dopo aver conosciuto una ONLUS impegnata nel sensibilizzare l’opinione comune riguardo alla situazione del popolo indio. Presenta il suo progetto ad un’agenzia di stampa internazionale, Presenza, che ha sede a Santiago, in Cile, la quale si preoccupa delle notizie, iniziative, proposte che riguardano pace, nonviolenza, disarmo, diritti umani, lotta contro ogni forma di discriminazione. La sua collaborazione comincia a settembre, ma ad ottobre scoppiano le proteste a Santiago e così involontariamente e per sua grande fortuna, commenta Helodie, ha il privilegio di documentare la rivolta di ottobre, ritrovandosi nel bel mezzo di una guerra civile. L’impatto è forte. “Non sapevo a cosa sarei andata incontro finché non l’ho provato sulla pelle ed è stato straziante. Ho avuto dei tentennamenti: non vado più in piazza, faccio altro, cerco di concentrarmi solo sui Mapuche. Però, ogni pomeriggio alle sei le mie gambe mi trascinavano in piazza”. È l’occasione per intervistare i Mapuche di città e tra questi conosce Monica, una ragazza cresciuta nel quartiere ricco della capitale, ma che sin da piccola per quanto si sforzasse di comportarsi e vestirsi come le sue compagne, sentiva che quello stile di vita non esprimeva il suo vero io e ciò le creava molto disagio e difficoltà nei rapporti interpersonali. Crescendo, una zia che aveva scelto di non abbandonare le usanze tradizionali, l’avvicina alla cultura Mapuche ed è allora che Monica scopre la sua identità e riesce ad accettarsi. Questa nuova consapevolezza di sé e l’appartenenza ad un gruppo che la rappresenta appieno si ripercuotono sulla sua intera vita, che adesso affronta con serenità e sicurezza. Molte storie dei Mapuche di città somigliano a quelle Monica: “I Mapuche di terza generazione vogliono capire da dove vengono, perché sono arrivati lì, scoprire la bellezza della loro cultura che era stata soppressa. Vanno alla riscoperta dei loro usi, della loro storia e del loro territorio. È proprio per questo che da anni, al Sud soprattutto, occupano i territori che un tempo erano stati loro sottratti con la forza e ivi costruiscono case, la Ruka tipica, con al centro il focolare così da rigenerare la loro cultura che per anni è stata soffocata e viveva solamente sui libri di storia. Accanto a queste ci sono le storie dei Mapuche di città che pur avendo scoperto le origini della loro famiglia preferiscono lo stile di vita cileno, anziché riabbracciare quello degli avi”.

 

Arriva gennaio, la fotoreporter calabrese si trasferisce al Sud e in Araucanía per intervistare le comunità del luogo. “I Mapuche non rivendicavano tanto la proprietà della terra, quanto la sua sacralità. Per la cultura mapuche ogni cosa ha un’anima, perfino i fiumi, i monti e la natura tutta. Quando ci si appresta a fare il bagno nel fiume, un mapuche chiede al fiume il permesso di entrare nelle sue acque. Se pensiamo all’uso occidentale del fiume, come luogo di villeggiatura e ci soffermiamo sulla quantità di rifiuti che i noncuranti lasciano lungo le sue sponde, possiamo facilmente capire come il nostro stile di vita sia inconcepibile per i Mapuche. Un ragazzo mapuche non butterebbe mai l’immondizia in una chiesa o nel luogo di culto di un’altra religione, pertanto pretendono che lo stesso rispetto che i cileni riservano alle chiese venga esteso alla natura”. Emblematico dell’importanza che riveste la natura per i Mapuche è la testimonianza che Helodie ci riporta di un bambino conosciuto in una comunità del Sud. Il suo nome è Millantü e ha tre anni. Tiene in mano delle bacche che a breve diventeranno il suo pasto, ma prima di addentarle le porta alle labbra e le bacia. Bacia anche la pianta, secondo l’uso mapuche, e la sera intorno al falò suona il corno Trutruca, lo strumento tradizionale. C’è qualcosa del tutto straordinaria nei gesti di Millantü, ci rivela Helodie subito dopo: sono spontanei. Nessuno gli ha insegnato che bisogna ringraziare la natura quando si accetta ciò che essa ci offre spontaneamente, aveva detto la madre di Millantü alla reporter, né lei o il padre gli avevano insegnato a suonare il corno Trutruca, per il quale è necessaria una certa tecnica di non immediato apprendimento. I genitori di Millantü sono Mapuche di città di quinta e terza generazione, da sempre vissuti all’oscuro della cultura tradizionale, di cui disconoscevano anche la lingua. La madre confida alla giornalista di avere avuto più volte nel corso della vita, sogni in cui si perdeva nella foresta, baciava le piante e giungeva ad un fiume, ma ai quali non aveva mai trovato una spiegazione, né un senso. Quest’ultimo era arrivato solo anni dopo quando aveva conosciuto il padre di Millantü e con l’arrivo del figlio avevano deciso di trasferirsi al sud per costruire una Ruka e dedicarsi alla terra. Millantü è a tutti gli effetti un bambino prodigio; oltre a parlare correttamente il mapundungun, il suo parere è tenuto in alta considerazione dalla famiglia che in molte occasioni fa pieno affidamento su di lui e sulle sue straordinarie capacità. Per esempio, se si trovano nella foresta o all’aria aperta riesce a identificare il sentiero più sicuro, per scansare i pericoli che naturalmente risiedono nella foresta; riesce a prevedere i temporali, una grande calamità per questa regione priva di strade battute o asfaltate e senza le infrastrutture occidentali. Queste sue straordinarie abilità sono immediatamente saltate agli occhi dei Machi, gli sciamani locali, che ritengono Millantü in grado di essere una guida per l’intera comunità. Queste capacità straordinarie sono molto comuni tra i Mapuche, che imparano a conoscere e ad indirizzarle sin da piccoli, per evitare che possano essere volte al male e finire col nuocere a qualcuno.

“L’esistenza di Millantü mi ha consegnato un insegnamento importante e cioè che non devo perdermi d’animo di fronte alle difficoltà; vale la pena vivere felici qualsiasi cosa accada perché c’è sempre una soluzione. Se può rinascere una cultura, una storia dal nulla allora non c’è fine alla speranza, non esiste problema senza soluzione. I nostri vecchi dicono che solo alla morte non c’è riparo, ma nel caso dei Mapuche anche la morte viene sconfitta”.

Nel mese di Marzo Helodie ha fatto rientro in Italia per l’emergenza covid scoppiata anche in Sudamerica e che sta mietendo migliaia di vittime. Oggi il pensiero della giornalista va a tutte le persone che ha conosciuto durante il reportage: – “L’ 8-9-10 agosto è allestita una mostra fotografica in via Augimeri, a Palmi, degli scatti fatti in questi mesi. Sarà possibile acquistare le foto a fine evento e il ricavato sarà interamente devoluto ad un’Associazione di beneficenza cilena, la quale si sta occupando di distribuire beni di primaria necessità alle comunità indigene in gravi difficoltà, causa covid”. La mostra, intitolata “La lotta del popolo della terra nel 2020”, è inserita nel contesto di Streetbook Summer, evento patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palmi, che prevede una serie di mostre fotografiche: racconti di storie, viaggi, vite. Come quella di Helodie. 

Chiara Furfaro

 

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